Il Trono di Spade, pro e contro di Blood of My Blood. I voti in anteprima dell'episodio 6x6

di Giorgio Viaro - 31-05-2016

Senza almeno mille navi, non si muove più nessuno



Se guardiamo le cose da una certa distanza, le sei stagioni del Trono di Spade hanno segnato una progressiva presa di campo della Magia all'interno di un medioevo immaginario ma pseudo-realista, fatto di scontri all'arma bianca e lotte di palazzo.

Fa un certo effetto pensare oggi a quanto ci avesse sconvolto la prima volta vedere sbucare da un uovo la testolina di un drago, o trovarci di fronte a un Estraneo, con la sua natura del tutto aliena rispetto a pelli conciate, carni cotte e stendardi ammainati.

Da allora la Magia ha rotto tutti gli argini, ed è diventata una specie di forza centripeta, che spinge gli uomini gli uni contro gli altri, in un territorio di caccia e scontro sempre più decisivo e al contempo sempre più marginale. L'inverno insomma è qui, tra zombie e folletti, draghi e streghe senza età.

È quindi una specie di miracolo al contrario, un miracolo che personalmente mi tengo ben stretto, che dentro questo contesto ormai sfaldato esistano ancora dinamiche come quelle innescate dal padre di Sam o dall'arroganza di Lady Olenna: questioni di casta, impennate d'arroganza nobiliare, figli da educare e altri da riportare al rango di corte.

Voto ai baluardi di resistenza al predominio della Magia nelle trame della serie: 9.

Per questo parto volentieri, invece che dal salvataggio di Nasone (voto a Nasone: 0, sempre) ad opera di zio Ben (manco fosse l'Uomo Ragno), dalla magnifica sequenza di Horn Hill, che si apre con una fitta conversazione in carrozza tra Sam e Gilly.

Già il fatto che si passi - con un solo stacco di montaggio - dagli scheletri abbattuti a suon di mazze infuocate, a una coppia che parla di botanica in un assolato pomeriggio domenicale (che sia domenica me lo sono inventato, ma comunque sembra domenica), mi pare meraviglioso.

Ma ancora più bello è scoprire che la famiglia Tarly non è soltanto molto benestante, ma proprio ricca da far schifo, tanto che non si capisce come mai non abbiano tutti i giorni della settimana eserciti nemici alle porte di casa per conquistarsi villa, giardino e campi da caccia.

Una caratteristica bizzarra di Westeros è che si combatte e muore moltissimo soprattutto per il controllo di luoghi freddi e puzzolenti.

Gilly, vestita a festa, assomiglia a una credenza su cui hanno lanciato un plaid, ma al cuore non si comanda e Sam è giustamente al settimo cielo. Cosa che comunque non lo sprona a difenderla più di tanto a tavola, durante il tenero siparietto conviviale con il suocero: «Vuoi dirmi che tua moglie è una zoccola del nord?».

Un conflitto classista e razziale, che sembra risolversi con la scelta più comoda per tutti: Gilly a far la cuoca, il piccolo cresciuto come un bastardo, e Sam che riparte per i suoi studi.

E invece no, Sam torna indietro, e se ne vanno assieme: voto 10 alla presa di posizione, quasi mi commuovo.

Però non ho capito perché prima di andare si freghi la spada pesantissima che sta sul camino, che appunto papà è tanto buono e tanto caro, ma ora non esageriamo.

L'altro epicentro della puntata sono i "Patti Lateranensi di King's Landing", con il Passero Solitario che di fronte alle armate dei Tyrell schierate e pronte alla mattanza, fa sfilare Tommasino e Margaery al suo fianco.

Sul fatto che il primo, ormai esausto di ricorrere solo all'immaginazione e ai kleenex, abbia davvero chinato la testa non ho dubbi, mentre di Margaery non mi fido per niente, e nonostante il pessimismo di Lady Olenna continuo a sentire un certo odore di sangue.

Quello che resta davvero fregato però è Jaime, rispedito a far battaglia a Riverrun, un posto talmente secondario nell'economia della serie che quando glielo dicono perfino lui deve fare una ricerca veloce su Wikipedia.

Voto alla veloce ricomparsa di Edmure Tully: 6. Di lui importa poco, ma il modo in cui Lord Frey ricorda le Nozze Rosse sparge sale su vecchie ferite, ed è difficile restare indifferenti.

Per quel che riguarda Braavos, dico solo che era ora che Arya si ribellasse. Tra altro il modo in cui gli autori trasformano improvvisamente Jaqen in un macellaio, una specie di mostro in stile Non aprite quella porta, con il dettaglio del volto sfilato via chirurgicamente, è sottile e perfetto. In un attimo la sua aura magica e la sua filosofia verbale diventano una questione molto concreta, di bisturi e pinze, di sangue che cola: «Fai in modo che non soffra».

Voto al modo in cui Arya spegne tutte le luci e si acquatta nel buio in attesa della stronza col bastone: 10.

Gran chiusura tra le valli, in zona Dothraki, dove, scopriamo, ci deve essere tanta eco.

Ma proprio un casino di eco.

Perché Daenerys, che non ha esattamente una voce da soprano, sta sopra un drago che ruggisce, in una valle piena di cavalli che scalpitano, con i primi soldati a cinquanta metri, eppure la sentono tutti, manco avesse l'impianto di amplificazione di San Siro.

Fatto sta che pure qui, per trasportare Dothraki, Immacolati e compagnia, dall'altra parte del mare, pare vogliano un migliaio di navi (pare, perché secondo me Daario fa i conti un po' a caso), cioè una quantità davvero esagerata, la stessa che reclamava Euron la scorsa settimana.

Voto a queste fantomatiche mille navi, senza le quali nessuno muove più un alluce: 3.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
VAI ALLA SCHEDA

Commenti