Crisis in Six Scene: la recensione della serie TV di Woody Allen

di Giorgio Viaro - 25-10-2016

Dopo un lungo corteggiamento, Amazon ha convinto il regista newyorkese a scrivere e girare per il piccolo schermo. Il risultato assomiglia molto a un film, o a uno spettacolo teatrale, e poco a un telefilm. Ma non è detto che sia un difetto.


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La chiamano serie TV, ma andrebbe bene anche film: sei pillole di circa venti minuti che compongono una commedia di centoventi, con i tre atti spalmati in modo diseguale sui vari episodi e un epilogo da vaudeville ottocentesco - o da Commedia dell'Arte -, con tutti i personaggi in scena a sciogliere gli equivoci e far calare le maschere.

Ed è proprio in questa natura teatrale e giocosa della rappresentazione che il Woody Allen televisivo trova un'identità, nella consapevolezza di un "palco" e di un pubblico diversi, che lo porta a interpretare la propria maschera in modo un po' meccanico. Il bello è che forse tutto nasce da un equivoco, perché Allen dice di non guardare serie televisive: non essendogli del tutto chiaro l'argomento che si comprende oggi sotto quel nome, si è spinto nei territori non-cinematografici che meglio conosce, ovvero la stand-up comedy. In Crisis in Six Scene ci sono decine di battute fulminanti, molte "buttate via", altre meno riuscite, ma tutte comunque spese con la prodigalità dei comici sotto i riflettori col microfono in mano, come se si trattasse cioè di saldare un debito con il pubblico che siede nella penombra, beve un cocktail e mangia noccioline.

La storia sembra quasi la versione comedy di Pastorale Americana di Philip Roth: è come se Marry, dopo aver lasciato casa di suo padre e fatto saltare l'ufficio postale, si trasferisse nella villetta di alcuni amici di famiglia e ci trovasse Woody Allen, nei panni di Sidney J. Munsinger La J in mezzo non significa nulla, pensavo che mi avrebbe dato un certo tono»), uno scrittore progressista ma vanitoso, egocentrico e attaccatissimo alle sue comodità borghesi. Ma non vale solo per lui: tutte le contraddizioni dei personaggi convergono in una comicità paradossale, in cui ognuno compie azioni che negano il suo status sociale e politico. Così la rivoluzionaria Lennie (Miley Cyrus) da un lato disprezza le abitudini dei suoi ospiti, dall'altro divora tutto quello che le capita a tiro. Alan (John Magaro), rampollo di una famiglia di banchieri pronto a sposarsi, si innamora di lei e comincia a progettare bombe nella propria camera da letto. E la moglie di Sidney, Kay (Elaine May), affibbia a tutte le amiche del suo Circolo della lettura Il Capitale di Marx, suscitando un'adesione superficiale ma appassionata.

C'è anche un po' di thriller in chiave parodistica, alla Scoop, un genere che ultimamente a Woody Allen non è venuto benissimo, ma qui fornisce un po' di suspense che è utile al racconto. E soprattutto ci sono esilaranti gag di stupenda classicità (come quella sul taglio di capelli) e uno sguardo disincantato e benevolo sugli aspetti ridicoli di tutte le battaglie di principio che dimenticano la complessità dell'essere umano.

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