The Crown, la recensione della prima stagione

di Marica Lancellotti - 17-11-2016

La regina Elisabetta di Peter Morgan non ha la distanza aurea dei regnanti, ma è un essere umano che fatica sotto il peso di un compito che richiede dedizione e sacrificio


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Peter Morgan sa come raccontare i reali inglesi, non solo perchè l'ha già dimostrato con la sceneggiatura di The Queen (per la regia di Stephen Frears) ma soprattutto perchè di sua maestà la regina Elisabetta II lui è suddito, e se c'è qualcosa che chiaramente traspare da queste prime 10 puntate è l'affetto e la sincerità con cui ogni inglese è solito trattare i propri regnanti.

Perchè The Crown, la prima produzione britannica di Netfix, è una macchina perfetta, narrativamente, con il giusto compromesso tra storia e romanzo, ed esteticamente, con la regia rigorosa di Stephen Daldry, le scenografie di Martin Childs che spaziano tra l'opulenza e il lusso sfrenato, i costumi magnifici di Michele Clapton. E si obietterà che con tutti i soldi spesi (si parla di una cifra intorno ai 100 milioni di dollari) un risultato impeccabile sul piano formale era il minimo accettabile, eppure The Crown non è solo un bel potiche di ottima fattura nello scaffale di Netflix, ma un'opera pregna di riflessione ed empatia, che non risparmia lacrime e sporadiche risate.

La storia di Morgan e della sua regina Elisabetta comincia da lontano, nel 1947, con suo padre, re Giorgio VI (un impeccabile Jared Harris), al potere. La cornice maestosa della monarchia inglese serve solo a nascondere la miseria di un'esistenza umana forzata entro certi ranghi: un sovrano che non voleva esserlo e che si è trovato a ricoprire un ruolo deprecato nel momento peggiore di tutti, la seconda guerra mondiale, con un Paese da trainare e un unico supporto, Winston Churchill (John Lithgow). Prima che un re, un uomo minato dalla malattia che non riconosce casate e privilegi nobiliari. La diagnosi per lo spettatore è chiara: le prime puntate non saranno solo il racconto ma l'attesa della morte stessa, una fine preparata, che al suo arrivo non coglie nessuno impreparato. Ad eccezione di Elisabetta, quella figlia maggiore che un padre premuroso ha già iniziato a indirizzare verso la via del trono. Tuttavia lei continua a essere restia: preferisce fare la mamma, vivere lontana da Buckingham Palace, viaggiare insieme al marito Filippo (Matt Smith, che ha il physique du rôle per interpretare il consorte capriccioso) e assolvere ai compiti da reale solo se necessario. Eppure deve piegarsi a quel triste destino che la raggiunge durante un viaggio in Africa: il Re è morto, il Regno Unito ha una nuova regina e che Dio la salvi.

La maggior parte di ciò che resta della prima stagione di The Crown si avviluppa intorno alla dicotomia tra essere e apparire, tra privato e pubblico. Elisabetta decide, da regina, di farsi chiamare col suo nome di battesimo, è pronta a far cambiare leggi e protocollo di palazzo per dare una parvenza di normalità al marito, ai figli e, innanzitutto, a se stessa. Eppure, nel farlo, mostra pian piano i primi segni di cedimento alla ragion di stato, fino a vietare tassativamente alla sorella Margareth (Vanessa Kirby) di sposare il capitano Peter Townsend (Ben Miles), uomo divorziato, per evitare alla corona altri scandali dopo quello dell'abdicazione dello zio Edoardo VIII per amore di una donna che aveva già avuto in precedenza altri matrimoni.

The Crown si trasforma così, poco a poco, in un esercizio di potere, dove non ci sono lotte per la conquista di un trono e di un regno, quelli sono garantiti dai diritti di sangue, ma ci sono dilemmi da risolvere e pregiudizi da abbattere. Quando abbiamo conosciuto Elisabetta qualcuno la chiamava "zucca vuota", ritenendola poco volitiva, altri Shirley Temple per via dei suoi ricccioli, e lei stessa non era in grado di proiettare un'immagine di sè che non si situasse nel desiderio fortissimo di essere figlia, moglie o madre. Lo spartiacque l'ha segnato da sola, inconsciamente, creando due Elisabetta, una privata e l'altra al servizio della corona.

Determinante, a questo punto della storia, è sì la capacità di Morgan di intessere i fatti storici con con quelli del suo personale romanzo intimo, ma soprattutto quella di Claire Foy di mostrare la cesura interna al personaggio con la minima espressione degli occhi, con il solo tono di voce. Forza e incertezza, decisione e dubbio: tutto è racchiuso nella grazia di un'interpretazione che fino alla fine non fa altro che sottrarre gesti e parole alla prima Elisabetta per rimodularli e introdurli nel mondo più rigido, eppure mai algido, della seconda.

Quanto ha dovuto lavorare Elisabetta per raggiungere un certo grado di consapevolezza? Tanto, un lavoro quotidiano che ha tenuto conto delle tacite rimostranze degli uomini del suo governo più disposti a guardarla e trattarla come quella bambina che avevano visto scorrazzare per i corridoi di palazzo e, cosa ben più grave, come una donna che sarebbe stata forse in grado di goverare solo nel ricordo del padre o dell'antecedente più famosa. Regalandole, però, con un simile trattamento il segreto del successo presso il suo pubblico, dentro e fuori lo schermo: la regina Elisabetta di The Crown non ha la distanza aurea tipica dei regnanti, ma è anzitutto un essere umano che fatica, arranca sotto il peso di un compito che non si svolge per talento naturale o discendenza divina, ma si studia e si prepra con dedizione e spirito di sacrificio. Senza moralismi e facili insegnamenti dall'alto di quel trono, ma con l'umiltà e la piccola sfrontatezza di chi, nel tentattivo di riempire la distanza dall'intimo sè, sta provando, nella realtà, ad allargare i confini del piccolo mondo personale fino a quelli di un'intera nazione.

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