The Young Pope, la recensione della prima stagione

di Valentina Torlaschi - 21-11-2016

Il regista premio Oscar Paolo Sorrentino debutta in Tv con una serie che è fatta della stessa materia del suo cinema. Ovvero un cinema di sontuosa e magnifica imperfezione


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Non una serie tv, ma un film lungo 10 ore. Questo è The Young Pope. Sorrentino lo ha dichiarato sin da subito, la sensazione si è andata rafforzando di puntata in puntata e ora che la scritta “The End” ha sigillato la chiusura dell’ultimo episodio sull’immagine della Terra ripresa in zoom out ne abbiamo la certezza. The Young Pope è fatto della stessa materia del cinema di Sorrentino: un cinema di sontuosa e magnifica imperfezione che sulla lunga distanza della serialità s’incanala solo in parte nelle regole di narrazione del piccolo schermo strabordando nella sua magmatica verbosità e visionarietà. Dunque, per dare un lapidario giudizio, una serie che punta tutto sul fascino del protagonista – il Pontefice ambiguo e contraddittorio interpretato da un immenso Jude Law –, sulla messa in scena barocca, sulla regia d’inimitabile marca autoriale, sui dialoghi di tagliente ironia e sofisticata letterarietà; il tutto tenuto insieme da una trama sfilacciata che, appunto, non riesce a essere lo scheletro portante dell’opera ma semplice collante. Da qui, il solito tifo da stadio tra fan e detrattori; per noi, una sfida vinta.

Se The Young Pope è fatto della stessa materia del cinema di Sorrentino, c'è un film in particolare del regista premio Oscar che si presta come strumento di lettura della serie: This Must Be the Place. In queste due opere – entrambe, non a caso, due debutti: la prima in TV, la seconda in una produzione internazionale – è affascinante vedere come i protagonisti siano complementari. Scritti entrambi insieme a Umberto Contarello, il papa giovane Lenny Belardo e la vecchia rockstar Cheyenne riscrivono l’iconografia di due figure che hanno un’immagine ben definita nella nostra cultura e mostrandosi nella fase della loro vita in cui la società è meno abituata a vederle. Sono figure opposte e parallele: Lenny è un'ingestibile rockstar della fede in total white; Cheyenne è un pacato santone dark. Con camminate speculari: spavalda a petto in fuori il primo; trascinata e ingobbita il secondo. Opposti nei vizi: Lenny ha sempre la sigaretta in bocca, Cheyenne non ha mai fumato in vita sua perché, come gli viene detto, è «rimasto un bambino, e i bambini sono i soli che non sentono mai il desiderio di fumare». Lontani nella percezione della loro immagine pubblica: se il volto di Cheyenne è notissimo, ormai trasfigurato nel ricordo di se stesso tanto che ogni giorno deve essere ritruccato-ritoccato, quello di Lenny è un’immagine pubblica negata che chiede di essere osannata nella sua assenza. Ma ci sono anche dei punti comuni: entrambi devono relazionarsi con genitori assenti o lontani ed entrambi non potranno essere genitori a loro volta (il primo perché prete, il secondo perché i figli delle rockstar sono spesso degli stilisti strampalati). E soprattutto, entrambi sono prima di tutto esseri umani, con tutte le loro contraddizioni, e con tutta la forza del loro cambiamento.
Potenza del personaggio, potenza delle immagini. Come nella sigla con il meteorite che colpisce il papa – citazione di La nona ora di Cattelan –, così Sorrentino ha schiacciato l’iconografia di questa figura. Come solo i grandi artisti sanno fare, ha costruito un mondo e lo ha reso credibile. Quest’immagine di un Papa bellissimo, che fuma, che a colazione beve Coca-Cola light alla ciliegia, che fa linguacce ai bambini in visita al Vaticano, beh, è qualcosa di indelebile, che pone uno sguardo unico su un mondo prima letto solo in chiave agiografica (alla Don Matteo) o complottistica (alla Dan Brown).

Muovendoci tra le carrellate sinuose, le scenografie e i costumi di maniacale perfezione, il lunghissimo ed estenuante parlare (del resto nei luoghi di potere si blatera molto e si decide poco), la serialità ha permesso a Sorrentino di fare quello che è propenso a fare: divagare nella storia, esattamente come in un romanzo che si prende il tempo della descrizione. Questo incide sul ritmo ma può anche regalare un incantamento sul dettaglio, e anche per questo la serie sarebbe davvero da ri-vedere al cinema.

Impossibile, infine, non spendere due parole sul cast. Immenso – lo ripetimao – Jude Law (anche nel rendere credibile il cambiamento del suo Pio XIII che passa da un conservatorismo granitico a un ingenuo elogio dell’amore e del sorriso, passaggio che la sceneggiatura non spiega poi così bene), grandissimo Silvio Orlando (tanto che uno spin-off sul suo Cardinale Voiello è chiesto a gran voce), sublimi Cécile de France e Diane Keaton.

Come tutte le opere di Sorrentino, anche The Young Pope andrebbe visto e rivisto per coglierne le intricate sfumature di significato. Quello che rimane ora è soprattutto un inno all’invisibilità nell’era dei social network per tornare al vero significato delle parole, alla vera identità delle persone. Un inno all’assenza per trovare l’essenza. E poi un banale quanto poetico inno alla rivoluzione amore. Il tutto costellato da una colonna sonora magnetica, che va da Nada a Sexy and I Know It del duo LMFAO, e dagli immancabili riferimenti calcistici.

La serie è stata seguita da una media di 1 milione e 400mila spettatori ogni settimana (inclusi i numerosi fruitori on demand) e, dato il successo, una seconda stagione arriverà presto: rivisitando il titolo di un altro regista-papista come Nanni Moretti, fortunatamente la messa non è finita.

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