American Horror Story: Roanoke, la recensione

di Giorgio Viaro - 29-11-2016

Alla sesta stagione, si torna al luogo per eccellenza dell’horror americano, il villino maledetto. E contemporaneamente si fa satira sulla tv spazzatura. Ma dove finisce la parodia del trash e inizia il trash involontario?


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Ryan Murphy e Brad Falchuk lavorano sui confini della “tele-visibilità” dai tempi di Nip & Tuck, usando registri diversi (il medical drama, il legal drama, i musical, l’horror) con la consapevolezza della seconda generazione di autori arrivati dopo la rivoluzione seriale operata dai vari Soprano e Six Feet Under. La loro cifra stilistica è il grottesco, e la applicano con poca misura a tutti i generi. American Horror Story aveva da tempo perso la sua carica perturbante, per accumulo di segni e suggestioni, nel corso delle prime cinque stagioni. I due papà della serie hanno quindi deciso di smontare il giocattolo, riportando l’attenzione su uno dei luoghi archetipici dell’horror americano (la villetta isolata tra i boschi) e al contempo focalizzando il senso della serie sulla degenerazione del “non-luogo” per eccellenza, ovvero il mezzo di comunicazione.

La serie è divisa in due parti: le prime sei puntate imitano una docu-fiction incentrata attorno a una coppia che ha vissuto alcune settimane in una “presunta” casa stregata. Le seconde sei ipotizzano che la rete, visti gli ascolti eccezionali del programma, chieda alla coppia, e agli attori che la impersonavano nella docu-fiction, di tornare per davvero nella casa maledetta, e riprendere tutto con microcamere e smartphone. Da qui la scelta del mockumentary come filo rosso della stagione, che omaggia da un lato il caposaldo Blair Witch Project, e dall’altro si rifà a Dead Set di Charlie Brooker, indicando nei reality show - nell’immaginario che generano - il luogo principe dell’orrore sociale.

Si capisce che è tutto in estremo ritardo sui tempi e la concorrenza: la differenza vera è nel livello produttivo di una serie che può contare su attori strepitosi come Kathy Bates e una messa in scena più curata di quasi tutti i found footage che arrivano in sala. Ma la novità migliore di questa season 6, che per lo meno si finisce senza aver la sensazione di dovere scalare l’Everest come accaduto con le precedenti, è negli episodi più brevi (poco più di mezz’ora l’uno) e nel ritmo forsennato della mattanza, che non lascia mai il tempo per guardare il telecomando (o la tastiera).

Per il resto: tutto molto derivativo, e con una pericolosa vicinanza tra parodia del trash e trash involontario.

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