Taboo: la recensione della prima stagione

di Giorgio Viaro - 28-02-2017

Tom Hardy e Steven Knight tornano a collaborare assieme su di un one-man-show dopo il piccolo cult cinematografico Locke. Ma Taboo è soprattutto un veicolo divistico per Hardy, calcificato attorno a poche idee continuamente riciclate


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Facciamo una prova, togliamo a Taboo tutti i tatuaggi, tutti i grugniti, tutte le cicatrici, tutti i flashback e le sequenze oniriche. Togliamo cioè il coniglio dal cilindro e guardiamoci dentro, cerchiamo il peso degli oggetti oltre il trucco del prestigiatore: cosa resta?

Siamo a Londra nel 1814, dove James Keziah Delaney (Tom Hardy) fa ritorno per il funerale del padre, dopo anni di latitanza ai confini del mondo. È un avventuriero, un commerciante, un ex marinaio della Compagnia delle Indie che da qualche parte nel suo passato, su di una nave carica di schiavi, si è sporcato di una colpa che lo perseguita in forma di incubi e visioni. Londra lo ri-accoglie come un corpo in putrefazione, è una città fradicia e nebbiosa costruita su pochi scorci: il porto e la paludi che confinano l'abitato, gli uffici della Compagnia delle Indie, il Palazzo Reale, qualche bordello e Chamber House, dove il protagonista vive. Dentro a questo piccolo mondo repellente, assediato dai germi e da una angoscia spettrale, Delaney compie un doppio movimento: si difende dal passato attraverso la pratica di arti magiche apprese chissà dove, e progetta il proprio futuro manipolando a turno la Compagnia, la Corona e gli americani, tutti interessati a un fazzoletto di terra - la baia di Nootka - che ha ereditato dal genitore.

Lo schema è così rigoroso che all'inizio di ogni episodio sembra possibile appuntarsene la fine su un foglietto: Delaney ha sempre un piano ed è sempre avanti ai suoi avversari e persecutori; inoltre, nonostante non conceda alcuna tenerezza al variegato popolo di briganti, artisti e parenti che lo circonda (la sorellastra per cui prova un amore incestuoso, il figlio abbandonato, la ex moglie del padre) viene in definitiva rispettato e amato da tutti. Per otto episodi lo osserviamo muovere le stesse tre carte (un atto di proprietà, un testamento e un carico di polvere da sparo) all'interno di una rete di istituzioni ugualmente disprezzate, compiacendone a tratti una e a tratti l'altra, ma sempre con l'obiettivo di garantirsi la propria autonomia. Nonostante questo, dello stallo narrativo infinito e della grossolana vena anarchica pare non importare molto a nessuno, perché la questione è solo estetica: Taboo vuole essere una passerella divistica, una variazione modaiola sul tema del cuore di tenebra, un veicolo attraverso il quale Tom Hardy ha tirato le fila di un'immagine costruita negli anni e del proprio potere produttivo, investendo tutto sulla fisicità così particolare che si ritrova - ruvido, massiccio, allucinato, brontolante. Per farlo ha coinvolto il sodale Steven Knight, che ha costruito traiettorie narrative tutto sommato simili a quelle di Peaky Blinders: la sua scrittura resta un gioco di specchi attorno a un unico centro di significato, e dopo aver toccato il proprio vertice con Locke ora avrebbe bisogno di un serio rinnovamento.

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