Una serie di sfortunati eventi, la recensione della prima stagione

di Marica Lancellotti - 28-02-2017

La serie tv ispirata ai romanzi di Lemony Snicket ha finito per essere una serie di sfortunate scelte, sempre tutte uguali


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Dopo il successo del film del 2004 con Jim Carrey, anche Netflix ha voluto cavalcare la popolarità dei romanzi - scritti da Daniel Handler sotto lo pseudonimo di Lemony Snicket - che compongono Una serie di sfortunati eventi, riportandoli sullo schermo, piccolo questa volta, in un formato, quello della serie tv, probabilmente più congeniale alla densità di quel racconto.

La storia è quella che conosciamo bene: Violet, Klaus e Sunny Baudelaire, rimasti orfani, devono sfuggire alle grinfie del malvagio conte Olaf, interessato solo a mettere le grinfie sul loro denaro.

Rispetto al lungometraggio, basato sui primi tre libri, la serie Netflix preferisce dedicare 2 puntate a ogni singolo volume (alla prima stagione corrispondono i primi 4), muovendosi sul versante opposto rispetto alla pellicola: dove questa adattava molto liberamente la materia letteraria, lo show (che vede tra i produttori esecutivi lo stesso Daniel Handler) la segue fedelmente, anche troppo. I lunghi monologhi del conte Olaf sono spesso ripresi dai libri e incollati sullo schermo, le descrizioni di stati interiori, affidate per lo più alla presenza esagerata del narratore esterno e già facilmente indovinabili, generano momenti di stasi. A infastidire maggiormente, però, è la continua replica di simboli e formule, pur ricorrenti nei testi, che nella serie diventa ripetitività compiaciuta e insistenza asfissiante su concetti e battute (il simbolo dell'occhio, gli errori di grammatica, per esempio). È il rischio che si corre nel trascurare che l'opera letteraria e quella audiovisiva hanno logiche e tempi differenti.

La prima stagione di Una serie di sfortunati eventi manca di brillantezza, dove la colpa maggiore sta nella ridondanza che affossa l'enorme potenziale immaginifico dei libri attraverso soluzioni che non stimolano la fantasia di chi guarda oltre ciò che viene mostrato. Neppure tutto l'umorismo di Handler viene sfruttato, non riuscendo così a dare la giusta profondità alla storia e ai personaggi, nè a replicare in un diverso linguaggio la sua ironia nera.

Sul piano visivo si cade nello stesso errore della citazione pedissequa. L'imitazione estetica di Tim Burton, che già tanto aveva influenzato l'illustratore originale Bret Helquist, riesce solo nel dualismo dell'uso del colore. Si intravedono anche influenze dal cinema di Wes Anderson, risultando, però, mero esercizio stilistico mancante di una personale vena creativa.

E Neil Patrick Harris? Lui è il vero protagonista della storia e, soprattutto, dell'intera operazione commerciale: balla, canta e recita in un unico ruolo declinato in infiniti trucchi, ma possono 8 ore di show basarsi unicamente sulla performance di un interprete pur in splendida forma? No, il rischio è sempre quello di trasformare la serie in un one man show e di lasciare a un un'unica voce l'ingrato compito di collante tra le parti, ruolo assai difficile soprattutto se non sostenuto da un cast sempre all'altezza.

L'impressione finale è che Una serie di sfortunati eventi, la serie, sia un contenitore costruito da manuale ma troppo rigido, una forma preconfezionata che schiaccia il carattere universale del racconto di Lemony Snicket.

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