Frontier: la recensione della prima stagione

di Marica Lancellotti - 06-03-2017

Il dramma storico con Jason Momoa soffre soprattutto per cast e regia non sempre all'altezza e per il rigido schematismo dell'intreccio



Le premesse di Frontier, coproduzione tra Netflix e Discovery Channel - che ha distribuito lo show in Canada già a novembre -, erano promettenti: un dramma storico che aspirava a diventare la versione "in pelliccia" del piratesco Black Sails, una star nel suo momento d'oro, Jason Momoa, l'indimenticato Khal Drogo di Game of Thrones.

L'ambientazione è quella, assai suggestiva, dei territori canadesi più selvaggi, dove, nel XVIII secolo, infuria la battaglia per il monopolio del commercio di pellame tra la Compagnia della Baia di Hudson e i piccoli gruppi locali. Tra tutti quello con maggiore autorevolezza è guidato da Declan Harp (Jason Momoa), fuorilegge per metà irlandese e per metà nativo americano, che si fa strada a suon di modi efferati contro i soldati inglesi a presidio dei territori. Il cattivo della storia, però, non è lui, ma il britannico Lord Benton (Alun Armstrong), uno che ha fatto scuola in quanto a metodi poco ortodossi. All'interno della dinamica piuttosto classica della lotta tra due individui, viene inserito il giovane Michael Smyth (Landon Liboiron), un irlandese a zonzo nel Nuovo Mondo per puro caso, che finisce per essere sballottato fra trame e interessi delle due opposte fazioni.

La prima promessa non mantenuta dello show: se Jason Momoa è il corpulento uomo immagine di Frontier, in realtà è Michael a tutti gli effetti il suo protagonista. É lui la voce narrante e, in fondo, l'unico personaggio meglio messo a fuoco di tutti i 6 episodi, troppo pochi per permettere a una storia di liberarsi dai cliché del genere e dall'eccessiva semplificazione.

Intorno a Declan Harp e al giovane Michael gravitano, poi, altre vicende di caratteri minori potenzialmente anche più interessanti, come quella di Grace Emberly, la donna che da sola gestisce una taverna, che ambisce a ricoprire un ruolo di primo piano nelle dinamiche di potere a Fort James, nonché - scopriamo in maniera del tutto casuale - interesse sentimentale di Harp. Purtroppo le interazioni tra i personaggi risultano piuttosto macchinose, così anche le trame più gustose - che, come spesso accade, sono quelle legate a tematiche sentimentali - soggiacciono a rapporti di causa-effetto forzati nel loro tragico schematismo.

Neppure sul piano estetico Frontier riesce a ripagare l'attesa del suo pubblico: non cercare il virtuosismo registico a ogni costo non è un male, ma chiudere il campo visivo con inquadrature focalizzate solo sui personaggi, e tagliare fuori il miglior “attore” a disposizione – lo scenario naturale maestoso della frontiera canadese - non giova. Ancor più nella misura in cui simili soluzioni, che servono a dare risalto alla performance fisica degli attori, qui non fanno altro che mettere in luce, come ulteriori difetti, un cast espressivamente non sempre all'altezza e ricostruzioni rabberciate, che siano di interni o di costumi.

Chiuso in anguste visioni e rigidi intrecci, lo spettatore non è in grado di orientarsi, tanto nell'ambiente quanto nel racconto, ed è spinto a una sola domanda: perché appassionarsi a una storia che odora di già visto e che brancola su una sceneggiatura incapace di trovare dei veri punti di forza?

La risposta potrebbe essere quel Jason Momoa (chi se non lui?) che prova in ogni modo a dare profondità psicologica al terribile Declan Harp, ma il suo copione prevede abiti imbrattati di sangue, grugniti e poco più (ambientazione, periodo storico, mugugni... Sì, Frontier ricorda molto Taboo, nel bene e nel male). E se a questo si somma un finale poco soddisfacente che nulla spiega delle dinamiche inconcludenti delle altre 5 puntate, c'è da scommettere che quello con la seconda stagione (già ordinata) sarà un appuntamento mancato da molti.

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