Big Little Lies: la recensione della miniserie HBO con Reese Witherspoon e Nicole Kidman

di Giorgio Viaro - 04-04-2017

Cinque donne e un omicidio, per una miniserie orgogliosamente femminista in cui il messaggio non soffoca mai la storia


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È molto difficile immaginare una serie programmaticamente femminista come Big Little Lies, senza che il tracciato politico soffochi quello drammatico, senza cioè che il messaggio comprometta il piacere del racconto. Questo piccolo equilibrio prezioso è il vero traguardo della fiction tratta dal romanzo di Liane Moriarty, l'aver tradotto un corteo di desideri, impedimenti, traumi, amicizie e rivalità in una specie di giallo incerto, in cui la scoperta del colpevole - e soprattutto del crimine - è più il culmine di un processo di consapevolezza di una piccola comunità che lo sbocco di una investigazione. Ovvero l'aver fatto delle sue idee il punto d'arrivo, e non il punto di partenza, della storia.

Pare niente, e invece è tutto, perché Big Little Lies ottiene il suo scopo e raggiunge la scena madre attraverso la somma di moltissimi piaceri "facili" della serialità che funziona, a partire dallo scenario da favola di Monterey e delle sue ville affacciate sul mare (anche se a quanto pare in realtà si trovano quasi tutte a Malibù), passando per il giochino della detection, per finire - soprattutto - con i suoi strappi sentimentali, le gelosie incrociate, i rapporti tra genitori e figli, le piccole beghe scolastiche che diventano conflitti enormi nella prospettiva degli adulti, e naturalmente i personaggi bigger than life (la bambina saputella, la moglie perfetta). Un armamentario buono per tutte le stagioni, tra soap opera e fiction di alto profilo, nobilitato da una scrittura intelligente e da interpreti straordinarie.

Ci sono momenti di grazia speciale in Big Little Lies, pezzi di televisione che fanno già archivio, come il lungo dialogo tra Celeste e la sua psicologa in cui la donna confessa per la prima volta gli abusi subiti, o la rappacificazione tra Jane e Renata dopo l'aggressione nel cortile scolastico. C'è molto buon senso, molta misura, e quasi nessun compiacimento nel racconto della violenza, che è sempre messa in scena tramite ellissi, un pudore che non la rende meno evidente e ripugnante. C'è un personaggio indimenticabile (la Madeline di Reese Witherspoon, che ci ricorda di essere un'attrice favolosa), e molti altri ottimi, e soprattutto c'è una subalternità funzionale degli uomini rispetto alle cinque protagoniste che dice di uno sguardo di genere - partecipato, convinto - che forse siamo abituati a vedere applicato nelle serie tv ad altre categorie "protette" e assai meno numerose delle donne eterosessuali.

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