Feud: la recensione della miniserie con Jessica Lange e Susan Sarandon

di Giorgio Viaro - 02-05-2017

Le due attrici interpretano Joan Crawford e Bette Davis in uno straordinario dramma ispirato alla rivalità tra le due dive negli anni '60


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Nell’anno di The Handmaiden’s Tale, Girlboss e Big Little Lies, Feud mostra una volta di più la ricchezza delle traiettorie femministe che la serialtà sta accumulando in queste settimane. Qui l’idea di raccontare una rivalità artistica tra due grandi attrici si traduce nella lotta senza quartiere per l’occupazione dello spazio all’interno dello star system americano; solo che sono gli anni ’60, e questo spazio diventa una specie di cortile mediatico dove due dive si scannano a favore di telecamere e scribacchini. È una violenza vestita di lustrini, illuminata dai riflettori, incorniciata dai fondi dei giornali di settore, e per questo rivelatoria - è una violenza di genere ed è una violenza da copertina.

Joan Crawford e Bette Davis (Jessica Lange e Susan Sarandon) sono le due metà della diva platonica: la più bella e la più talentuosa della stessa generazione. Quando l’età le sta emarginando, Joan si ritrova per le mani un romanzo che le accende una scintilla: What Ever Happened to Baby Jane? (Che fine ha fatto Baby Jane?). È un dramma da camera e un thriller psicologico, ma al tempo lo si chiama "horror" per comodità commerciale: due anni prima Psyco ha sbancato i botteghini e il progetto convince un regista in cerca di una vetrina come Robert Aldrich e un produttore in cerca di un caso come Jack Warner. Sia la Crawford che la Davis hanno all’epoca circa 50 anni ma vivono entrambe l’occasione come l’ultima opportunità di rientrare nel giro che conta. La loro rivalità e le loro qualità professionali trasformeranno il film prima in una zuffa, poi in un lavoro da Oscar, ma il futuro le porterà comunque via entrambe dalle luci della ribalta.

In una delle scena più terribili e commoventi delle otto puntate di Feud, la Crawford respinge con disprezzo la proposta di Pauline Jameson, l’assistente di Aldrich, che ha scritto una sceneggiatura e vorrebbe dirigerla, affidandole il ruolo da protagonista: il problema non è lo script, ma l'inaudita pretesa che sia una donna a mettersi dietro la macchina da presa. Così il personaggio di Jessica Lange palesa infine la propria natura tragica: difende il sistema che la emargina, perché sa quanto accettare quel sistema le sia costato. In questo senso è come Feud fosse la cronaca di un suicidio assistito da una società intera: addirittura, nell’ottavo episodio, scopriamo che in gioventù la Crawford si è sottoposta alla terribile pratica della "fibbia", si è cioè fatta estrarre sei molari sani per ottenere un profilo più longilineo.

Dall’altra parte Bette Davis oppone alla vanità estetica della rivale la propria vanità intellettuale - che è una vanità meno drammatica, perché la bellezza è una forma di compromesso con il tempo che si vive, mentre l’intelligenza declina il futuro. In questo senso il personaggio della Sarandon è automaticamente co-protagonista, rappresenta la possibilità di una complicità femminile senza mercato, che infatti si concretizza solo nei sogni/deliri terminali della Crawford, quando infine il mercato non esiste più (“Smetterò di preoccuparmi del mio aspetto solo quando sarò immersa nella formaldeide”).

Miniserie appassionata e dolorosa, in cui il crepuscolo di due grandi personaggi si specchia in quello di due grandi interpreti, Feud racconta la piccola tragedia del divismo femminile dentro la società degli uomini tra i '50 e i '60, suggerendo di decidere a che punto siamo arrivati oggi. Se il funerale dello star system a cui stiamo assistendo, almeno a Hollywood, non sia tutto sommato un segnale di progresso.

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