American Gods, la recensione dei primi quattro episodi

di Marica Lancellotti - 03-05-2017

Ha debuttato il 30 aprile su Starz la prima stagione della serie tv ideata da Bryan Fuller e Michael Green a partire dal romanzo omonimo di Neil Gaiman


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American Gods è probabilmente una delle serie tv più strane mai arrivate sul piccolo schermo, e non solo per il soggetto. Dal suo involucro più esterno fino ai suoi più remoti meccanismi è esattamente ciò che i suoi personaggi chiedono spesso: un atto di fede. Verso i due showrunner anzitutto, Michael Green e Bryan Fuller, alle prese con un compito difficile: adattare in una nuova forma il celebre romanzo omonimo di Neil Gaiman, scritto nel 2001 e diventato in brevissimo tempo un bestseller pluripremiato, capolavoro di architettura narrativa tenuto insieme da storie senza tempo, personaggi unici e, forse sopratutto, dalla perseveranza e dalla volontà del lettore di arrivare fino in fondo a quel viaggio.

Chiunque si sia imbattuto nelle pagine di Gaiman ricorderà il senso di smarrimento iniziale per la continua alternanza tra racconto e lunghe descrizioni, tra sequenze oniriche e personaggi spuntati un po' per caso lungo il cammino di Shadow Moon; allo stesso modo le prime puntate della serie firmata Starz non fanno molto per attutire la medesima sensazione di confusione ma abbiate fiducia e andate avanti.

Proprio come quei navigatori norvegesi che occupano il prologo del primo episodio: spinti dalla curiosità e dalla fame di conquista, si trovano a fronteggiare le difficoltà del continente americano ancora inesplorato, che si trasformeranno ben presto in disperazione quando sembrerà che anche le forze soprannaturali li stiano ignorando. Eppure sarà proprio la fede incrollabile a forgiare la loro resistenza fino all'arrivo di quel sospirato alito di vento per la via del ritorno.

Tutte le prime quattro puntate sono introdotte da piccole storie autosufficienti che parlano del rapporto tra uomo e divinità, ognuna tematicamente vicina al racconto principale tanto da costituire parte di esso. Piccole parabole legate e quella principale: il road trip di Shadow Moon (Ricky Whittle) alla scoperta della spiritualità americana, tra sacro e profano, tra tributi estremi alle nuove divinità e l'oblìo delle vecchie, accompagnato da una guida d'eccezione, quel Mr. Wdnesday (Ian McShane) che altri non è se non la reincarnazione del dio Odino, arrivato in America al seguito degli immigrati scandinavi. Nel corso della stagione vedremo il nostro giovane antieroe - un ex galeotto rimasto vedovo troppo presto della moglie Laura (Emily Browning) - confrontarsi con strani figuri, incarnazioni di culti, vizi e virtù - in quanto fin qui visionato Shadow Moon incontrerà il folletto Mad Sweeney, l'antica dea dell'amore Bilquis, il dio slavo Czeroborg, l'africano Anansi, o la nuova divinità Technical Boy e colei che fa da mediatrice tra presente e passato, Media - ma non lasciatevi distrarre: è solo Shadow la luce guida, solo attraverso i suoi occhi sarà possibile comprendere l'esistenza e la catastrofica relazione tra tutte le divinità che costituiscono il contemporaneo olimpo americano. Non è uno spettacolo episodico quello che Fuller costruisce, la trama è intessuta di rimandi continui al passato del protagonista, alla moglie morta, agli incubi e alle sue paure (ricordarlo vi sarà utile di fronte alla puntata n° 4): tutto ruota intorno a lui, addirittura la guerra che Wednesday cerca di mettere in piedi contro i nuovi dei potrebbe essere solo un pretesto.

Indugiare ancora sulla trama, però, potrebbe essere fuorviante e, a dirla tutta, meno interessante: la parte migliore della serie tv American Gods è, probabilmente, ciò che non appartiene al suo autore originale, ovvero le scelte estetiche compiute da Fuller e Green insieme ai registi (i primi tre episodi sono stati diretti da David Slade, che ha nel curriculum anche Breaking Bad e Hannibal) e ai direttori della fotografia (Darran Tiernan e Jo Williams per i primi 4 episodi). Lo stile onirico e a tratti espressionista con cui Bryan Fuller aveva già deliziato il pubblico in Hannibal è qui spinto fino al suo estrremo, grazie alla scelta di incastonare storie e personaggi in quadri tutti giocati sull'alternanza di luci al neon, ombre e colori sgargianti, che rimandano la memoria visiva del pubblico a rappresentazioni pittoriche prima ancora che ad antecedenti cinematografici.

Tutto deve contribuire, nella resa estetica di American Gods, alla creazione di un paesaggio americano iconico - fin dai psichedelici titoli di testa con totem e cowboy al neon -, tanto attraverso le suggestive immagini oniriche, come la foresta di teschi o il bufalo di fuoco, quanto quelle sulla carta meno accattivanti come gli interni austeri o le strade sterrate per cui si svolge il romanzo di formazione del protagonista.

American Gods sembra qualcosa di completamente nuovo in TV perchè è completamente originale il suo intento: prendere i brandelli della mitologia che ha concorso alla creazioe di un immaginario - dentro e fuori dallo schermo - per crearne uno futuro, che sia sufficientemente riconoscibile ma, allo stesso tempo, così stilizzato da necessitare di un rinnovato approccio.

American Gods è in onda negli Stati Uniti ogni domenica sera su Starz. In Italia le 8 puntate vanno in onda il lunedì successivo su Amazon Prime Video.

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