Twin Peaks 3: la recensione di The Return, Part 1 e Part 2

di Marica Lancellotti - 22-05-2017

Torna dopo 25 anni (+1) con una stagione evento in 18 puntate la serie che ha cambiato per sempre la storia della TV


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C'è un oggetto che continua a ricorrere nell'opera di Lynch, è una scatola, questa volta di vetro, pronta a catturare immagini misteriose di un mondo esterno e costantemente monitorata: è in quelle fragili pareti che l'autore ha racchiuso la nostra visione, in quel microcosmo del possibile e del misterioso, in cui il desiderio di scoperta si fonde alla paura del mostruoso.

Se a livello narrativo le barriere di vetro dovrebbero idealmente svelare l'arcano al di fuori di tempo e spazio della Loggia Nera, a livello extra narrativo queste prime due ore di Twin Peaks giocano con la speranza di 25 anni d'attesa e con il terrore del fallimento. Perchè in un universo in cui tutto sembra rimanere uguale per cambiare inesorabilmente (dalla sigla, con il brano storico di Angelo Badalamenti, alla scena iniziale, che ripropone parte del finale della stagione 2 per poi differenziarsi poco più avanti con una variazione sullo stesso tema), la terza stagione di Twin Peaks è esattamente tutto quello che gli spettatori volevano ma che nessuno avrebbe mai osato immaginare.

Della vera Twin Peaks, tranquilla cittadina di montagna sconvolta dal cruento omicidio di Laura Palmer, non sembra rimasto molto oltre quel mondo di spiriti, e il percorso nostalgico alla ricerca dei volti di un tempo trasfigurati da un quarto di secolo trascorso non può che concorrere ancora una volta allo stesso scopo per cui l'unica serie tv di David Lynch era nata nel 1990: destrutturare una convenzione per consegnarla, rimaneggiata e rimontata, alla storia e all'epica del medium. Anche quando a dover essere decostruita è la sua stessa creatura di quasi 30 anni prima.

La stagione 3, dunque, riparte esattamente laddove la seconda ci aveva lasciati, perchè in fondo, come rivela Laura Palmer all'agente Cooper nel segreto di quelle tende rosse, è morta ma vive ancora. Eppure combina quegli elementi antichi ai nuovi, alla scoperta del viaggio fuori dai confini del doppio malvagio di Dale, ma soprattutto nel percorso che dal simbolismo e dall'estetica squisitamente anni '90 e televisiva di Twin Peaks porta direttamente all'opera magna lynchana, seguendo le tracce di una mitologia che l'autore di Missoula ha contribuito a creare nel corso dell'intera carriera e che troverà, probabilmente, in queste nuove 18 ore, una summa apparentemente più lineare rispetto all'arcano Inland Empire del 2006.

Arrivata insieme all'annuncio dell'addio al mondo del cinema, la nuova stagione di Twin Peaks sarà dunque una sorta di testamento artistico e spirituale di David Lynch? Difficile dirlo dopo due sole puntate senza correre il rischio di cominciare fin da subito a incasellare ogni elemento in una teca di vetro troppo piccola.

Ci sono miti di ritorno, come quelli legati alla Loggia Nera, ci sono alcuni dei vecchi personaggi (il gigante, Leland e Laura Palmer, Mike, la signora Ceppo, ci sono i fratelli Horne, Shelly, James, la centrale di polizia al completo e la versione buona dell'agente Dale Cooper), ci sono riattualizzazioni, come il doppelganger Dougie Jones, e ruoli completamente nuovi (Ryan e Darya, i due ragazzi dell'esperimento newyorchese e tutte le figure incontrate da Dale posseduto dallo spirito di Bob). Ci sono simboli a cui "l'impero" audiovisivo di Lynch ci ha abituati, pur senza mai fornire spiegazioni (la ricorrenza del grammofono, di alcuni attori feticcio, da Kyle MacLachlan a Patrick Fischler, e della stessa scatola, che sia di metallo, blu come quella di Mulholland Drive o di vetro), ma ci sono anche nuove profezie da lasciar avverare (chi sono Richard e Linda e che signficato avrà nell'economia del nuovo Twin Peaks il numero 430, come proferito dal gigante?).

Cambiano le ambientazioni (non solo Twin Peaks, ma anche New York e il South Dakota) e insieme a loro si trasforma la costruzione e l'estetica dell'immagine, con una fotogafia che abbandona i toni caldi delle prime due stagioni per assumere quelli lividi più consoni al crime drama. C'è ancora una volta un caso da risolvere, ma la donna barbaramente uccisa non si chiama Laura Palmer, bensì Ruth Davenport, e insieme a lei c'è una nuova serie di omcidi che, non è da escludere, potrebbero ancora portare tutti la firma di Bob (sia Ruth che la moglie di Bill Hastings sono state uccise con un colpo a uno degli occhi).

A fornire le coordinate nell'intricato mistero che già si preannuncia la terza stagione evento di Twin Peaks c'è solo, ancora una volta, lo stile inconfondibile, spiazzante e onirico del suo autore, nel cui universo nulla, neppure un gufo, è mai realmente quello che sembra.

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