Non uccidere 2, la recensione del primo episodio

di Davide Stanzione - 12-06-2017

La seconda stagione della serie crime con protagonista Miriam Leone parte oggi, 12 giugno, su Rai 2



Non uccidere è un esempio di serialità virtuosa, non solo per la Rai ma per l’intero sistema audiovisivo italiano. Lo era già la prima stagione dello show televisivo dalle atmosfere noir e thriller, passato piuttosto in sordina su Rai 3 e in una fascia oraria e settimanale non certo di grande impatto (la prima serata del sabato sera, che può funzionare solo in specifici e circoscritti casi). Un salto di qualità, nella ricezione del pubblico e nel dialogo col contemporaneo, potrà tuttavia essere fatto con la nuova strategia di programmazione che la rete ammiraglia ha deciso di mettere in piedi intorno alla serie dello showrunner e creatore Claudio Corbucci, la cui prima stagione è attualmente distribuita e in onda anche in paesi stranieri come Francia e Germania, grazie al canale franco-tedesco Arte.

La serie, tanto per cominciare, si sposta su Rai 2, rete di sicuro molto più in target, ma c’è di più: le dodici storie, tutte ispirate a fatti di cronaca nera realmente accaduti, saranno protagoniste di 6 prime grandi serate sulla seconda rete nazionale a partire dal 12 giugno ma per la prima volta, in anteprima esclusiva e dal 1° Giugno, saranno visibili anche sulla piattaforma Rai Play, in netto anticipo rispetto alla messa in onda televisiva canonica (con tanto di due episodi back to back da 50 minuti in prima serata uno accanto all’altro: benvenuta, serialità internazionale da prime time). Una non linearità con cui la Rai tenta di svecchiarsi e di avvicinarsi alla fruizione odierna, dettata dai modi e dai tempi delle piattaforme di streaming on demand.

Protagonista è di nuovo Miriam Leone nei panni di Valeria Ferro, ispettore della Omicidi della Squadra Mobile di Torino che si ritrova a doversi confrontare con svariati delitti maturati in ambienti gelidi e glaciali, piccoli microcosmi chiusi in cui la ristrettezza delle comunità in ballo e la piccolezza dell’universo di riferimento sono elementi che contribuiscono ad amplificare lo sconcerto e la tensione di ogni singolo caso. Storie ordinarie e drammatiche, abitate da uomini e donne le cui colpe, raffigurate con invasiva violenza dalla cronaca quotidiana, trovano nella serie di Corbucci un equilibrio sapiente di cupezza e umanità, tonalità grigie e asettiche e sfumature cariche di pietà. Veicolando così l’idea dell’adesione a un sentimento, più che a un modello produttivo comunque chiarissimo nella teste (e nella penne) degli autori. Unico attrito: le divergenze con Monica Guerritore di cui Corbucci ha parlato come di uno “stimolo creativo” in più, ma sta di fatto che l’attrice ha abbandonato il progetto proprio per dei dissidi in merito alla definizione e alla messa a punto del suo personaggio.

L’esordio della seconda stagione, nella fattispecie col primo episodio della nuova serie, ribadisce e riprende il discorso portato avanti dalla prima, fin dalle primissime battute. L’episodio 1 del nuovo ciclo di storie di Non uccidere conferma la bontà delle atmosfere e del punto di vista adottato da una serie generalista tutta incentrata sulle spalle di un personaggio femminile sfaccettato e di buon pregio, interpretato in maniera volenterosa e dedita, oltre che “puntuale e toccante” (sono parole dello stesso Claudio Corbucci), da una sempre più sorprendente Miriam Leone. La sua Valeria è lacerata da un rapporto aperto e non saldato, dinamico e conflittuale con la verità e la giustizia: una giovane donna nient’affatto conciliata con se stessa, i cui cocci interiori tutt’altro che ricomposti contribuiscono ad amplificarne il fascinazione torbida e la carica seduttiva (per non parlare di quella deduttiva, tutt’altro che secondaria, di questa detective).

Nel primo episodio viene ritrovato il corpo senza vita di Susanna Bianco e i sospetti ricadono sul marito, Dario Bianco, già accusato in passato di violenze sulla consorte. Susanna era riuscita a scappare di casa insieme al figlio Federico e a rifugiarsi in un centro di assistenza per donne maltrattate, ma diverse versioni in ballo conducono il caso verso un ingorgo di difficile risoluzione, che metterà a dura prova l’intuito di Valeria. Anche quest’episodio, com’è prassi per la serie, segue un’orizzontalità stretta dell’arco narrativo, ma ogni caso chiuso e in sé risolto nell’ambito di una sola puntata, fedelmente al modello portato avanti dalla prima stagione, sembra presentare delle evidenti, ineluttabili e più generali ripercussioni.

Vita e lavoro, ma anche amore e dovere, ancora una volta si intrecciano in un groviglio inestricabile di sentimenti e paure. L’inizio dell’episodio lascerebbe presagire qualche spiraglio di luce in più rispetto alle zone d’ombra piuttosto uniformi delle puntate trascorse e già in archivio, ma si tratta, come confermato dallo stesso Corbucci e come puntualmente ribadito dall'episodio 1, di una mera illusione: la sparizione di Lucia, la madre di Valeria che fa perdere le sue tracce, genera il sospetto di un rapimento, amplifica a dismisura le nuvole all’orizzonte e l’elettricità carica di dolore della linea narrativa inaugurata da questo segmento. La sensazione, chiara e tonda, è che i riflettori della seconda stagione, pur senza rinunciare alla coralità generale, saranno ancora più puntati su Valeria Ferro e sui suoi risvolti privati, a cominciare dal secondo episodio. Una direzione che non può che stimolare un’enorme dose di curiosità e di acquolina in bocca.

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