The Handmaid's Tale: la recensione della prima stagione

di Giorgio Viaro - 15-06-2017

La seria targata Hulu, con Joseph Fiennes e una grandissima Elizabeth Moss, è il racconto televisivo più sconvolgente del 2017. E se i talebani fossimo noi?


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Con sei mesi di prospettiva alle spalle, si può ormai dire che se il 2016 era stato, nel cinema e nella televisione americana, l'anno della questione razziale (da The Get Down ad American Crime Story: The People vs O.J. Simpson, passando per I'm Not Your Negro, 13th e The Birth of a Nation), il 2017 è quello dell'orgoglio femminista, quasi che la fine della presidenza di Obama da una parte, e la mancata elezione di Hillary Clinton dall'altra, abbiano trovato una specie di compensazione teorica nel discorso politico portato alla ribalta da film e serie tv.

Non si può che partire da qui per parlare di The Handsmaid's Tale, il serial prodotto da Hulu (una piattaforma per lo streaming come Netflix e Amazon, ancora assente in Italia), che tra tutte le proposte sul tema è destinata a rimanere la più drastica e la più dolorosa. L'idea del romanzo del 1985 di Margaret Atwood era di immaginare come potesse essere una società patriarcale e conservatrice che, in seguito al crollo delle nascite, portasse fino alle estreme conseguenze le proprie premesse misogine e prevaricatrici, sulla base di una lettura ideologica della Bibbia.

Trent'anni e molti sconvolgimenti mondiali dopo, l'impressione, vedendo la serie TV, è di una specie di traslazione a Occidente di un immaginario genericamente definito "talebano" nel nostro discorso sociale e associato a certe teocrazie musulmane. Ovvero: reificazione della donna, esecuzioni pubbliche degli oppositori e un controllo orwelliano di tutte le forme di comunicazione. Quello che conferisce ulteriore potenza alla visione della Atwood in questa trasposizione è che ogni violenza fisica e verbale è pronunciata (la scelta delle parole) e messa in scena (i luoghi, i costumi, la ritualità) in modo da negare sé stessa, secondo una specie di eco perfettamente contemporanea del politicamente corretto e dell'ipocrisia borghese.

Per questo The Handmaiden's Tale è un serial così riuscito, perché il design di produzione, la scelta del cast, la colonna sonora (con i suoi momenti distonicamente pop) e le stesse piccole espansioni narrative del libro operano sulla storia un accumulo efficiente di simboli e chiavi di lettura del nostro mondo, cercando di ridurre il più possibile il senso di straniamento dello spettatore, di coinvolgerlo in prima persona all'interno di un discorso politico.
Di sicuro non è una visione semplice, la compressione emotiva è senza tregua, e continuare su questa tonalità una stagione dopo l'altra per anni rischierebbe di aggiungere una spiacevole ambiguità all'operazione (un discorso simile vale per Tredici o Big Little Lies). Speriamo si fermino al momento giusto, prima che l'urgenza del messaggio si trasformi in una ritualità da soap opera.

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