Glow - La recensione della prima stagione

di Giorgio Viaro - 27-06-2017

Un programma sul wrestling femminile diventa una riflessione sul ruolo politico e sociale della tv



La cosa più interessante di Glow sono le parentesi da soap opera, per esempio la gravidanza inaspettata di Ruth, o la scoperta della paternità di Sam, tutte cose risolte nel giro di un episodio o due e quindi senza vera necessità, non solo estranee alla storyline principale ma in un certo senso fuori posto, come prese di peso altrove e abbandonate qui a un consumo veloce. Sono interessanti per questo, perché esplicitano un discorso che Glow fa sotto traccia per tutta la sua durata, ovvero quello dei generi televisivi come laboratorio politico.

Se infatti le soap opera, pensate per il pubblico femminile e ad alto coefficiente di ruoli femminili, sono state per almeno due decenni sia un codice linguistico che una garanzia rara di quote rosa (per le attrici e per le spettatrici), la creazione di un programma tv incentrato su donne che fanno wrestling è un momento di colonizzazione di un immaginario e di una professione, destinato non solo ad alzare ancora quelle quote, ma a confortare un modello industriale replicabile basato sul ribaltamento dei ruoli.

E non ha importanza se quel programma nasce come esperimento pruriginoso e maschilista, una specie di variante sul modello delle “donne in gabbia”, perché il ring su cui le ragazze di Glow combattono è contemporaneamente un territorio di riappropriazione del corpo e di solidarietà di genere. Non può essere un caso che la rivale di Ruth, l’amica tradita e poi riconquistata attraverso un discorso professionale, la coprotagonista sul ring, venga proprio da una soap opera, da cui per altro è stata liquidata in malo modo (immaginando un’operazione che cambia i connotati del personaggio), né che abbia un marito arrogante e fedifrago: al suo percorso corrisponde un riassestamento del suo immaginario, non un punto di arrivo ma un’apertura di certi discorsi e una chiusura di altri.

Questo a livello di intenzioni. Sull’impaginazione e sul tono generale invece si potrebbe discutere a lungo. Le autrici vengono dall’esperienza di Orange is the New Black e si vede da ogni angolazione si guardi: la serie ha il tono e l’andamento della farsetta sociale, più comedy che drama, ma senza energia in entrambe le direzioni. Glow è pensato meglio di come è diretto, ed è recitato meglio di come è scritto (Marc Maron e Alison Brie sono fenomenali), cioè è molto buono quasi suo malgrado. Gli episodi migliori non a caso sono il 7 e il season finale, che virano decisamente sul tono da film sportivo/boxe movie, con tanto di montaggio musicale del training delle protagoniste. Roba vecchia che fa sempre buon brodo, e in questo caso l’unico che riempia lo stomaco e non solo il cervello.

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