I Love Dick, la recensione della prima stagione

di Marica Lancellotti - 11-07-2017

Ideata dalla sceneggiatrice di Six Feet Under e Transparent, la serie Amazon con protagonista Kevin Bacon è una comedy irriverente e un racconto paradossale e spregiudicato dei desideri femminili


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Dal 1997, anno della sua prima pubblicazione, fino al 2006, I Love Dick (il libro di Chris Kraus) ha venduto in tutto il mondo una manciata di copie, ma sono bastati un improvviso passaparola e i giusti testimonial per renderlo un fenomeno di culto, un manifesto del femminismo e, nel 2017, una serie tv. Adattata da Jill Soloway e dalla drammaturga Sarah Gubbins in 8 puntate da circa 30 minuti ciascuna, la serie ha la forma di un triangolo amoroso, quello formato da Chris (Kathryn Hahn), alter ego dell'autrice e regista quarantenne in difficoltà, suo marito Sylvère (Griffin Dunne), teorico dell'Olocausto e il Dick del titolo, imprenditore milionario e artista di successo, docente all'Università di Marfa e oggetto del desiderio della protagonista. Ma chi è Dick? Esattamente quello che il suo nome suggerisce: un uomo, interpretato da un gelido e seducente Kevin Bacon; uno stereotipo, quello del cowboy solitario tutto d'un pezzo come la sua opera più famosa, un mattone che troneggia eretto su una colonna nel museo; ma anche ciò che il gergo colloquiale americano suggerisce, essendo "dick" un modo un po' volgare di chiamare il pene. Punto di fuga della libido di Chris e Sylvére, ma anche musa (involontaria?) della donna, Dick è il dispositivo cha fa esplodere desiderio sessuale e istinto creativo. Uno strumento immobile che, nella finzione, spinge gli altri personaggi verso il baratro dell'ossessione e dell'idolatria, mentre nelle mani della showrunner Jill Soloway si fa simbolo, suo malgrado, dello sguardo e dell'atto femminile sovversivo nell'arte. A ribadire ancora una volta il concetto espresso con Transparent: l'identità sessuale e quella sociale degli individui sono davvero strettamente connesse. Ecco allora che il rifiuto di Dick per le opere di Chris lo porta a non desiderarla neppure carnalmente, nonostante il bisogno urlato di lei, che si materializza in tutta la propria forza nelle lettere che compongono la serie “Dear Dick”. Il dilemma tra riconoscimento di genere e riconoscimento di ruolo trova, così, una soluzione nella scoperta di una propria voce e nel mezzo per esprimerla: se Marfa si trasforma per un giorno nella capitale mondiale della performance artistica al femminile, I Love Dick diventa per Jill Soloway il “luogo” dell'esplorazione etica ed estetica dove, tra estratti di opere multimediali e di film rigorosamente realizzati da donne, la creatrice riesce a catturare il processo artistico nel suo dispiegarsi, come la TV raramente fa quando cerca di sconfinare nell'ambito del teatro e della videoarte.

Nota di merito per le puntate dirette da Andrea Arnold: registra straordinaria, anche qui al suo meglio.

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