Gypsy, la recensione della prima stagione

di Giorgio Viaro - 17-07-2017

Patinata, grossolana, piena di stereotipi e svolte di trama improbabili, la serie con Naomi Watts è il punto più basso di una stagione di streaming non fortunatissima per Netflix



Che imbarazzo vedere la televisione come strumento di narrazione che sperimenta, provoca, combatte, mette alla prova il corpo sociale e lo status dell'industria, e poi capitare su una cosa come Gypsy, che riesce in un colpo solo a mettersi di mezzo sia all'evoluzione dei linguaggi che a quella degli immaginari. Certo, potremmo liquidarla come faremmo con una qualsiasi serie supereroistica di quelle che intasano il palinsesto di The CW, o con l'ennesimo teen drama da quattro soldi, ma c'è qualcosa di esemplarmente disastroso in una serie prodotta da Netflix e tutta al femminile (lo sono showrunner, regista, attrice principale e personaggio protagonista) nello stesso anno in cui il piccolo schermo è diventato il cavallo di Troia dell'emancipazione di genere, con prodotti incredibili come The Handmaid's Tale, I Love Dick e Feud.

Una serie non solo giocata tutta sul cliché della casalinga disperata, impasticcata e alcolizzata, ma che di quel cliché fa l'uso peggiore possibile, dandogli motivazioni risibili, ingolfando il racconto di dialoghi da far sanguinare le orecchie e accumulando svolte di trama che oggi faremmo fatica a perdonare a una soap opera pomeridiana. Sì, perché la Jean Holloway di Naomi Watts è una psicoterapeuta che inizia a tracannare bourbon quando capisce di non poter più reggere la gelosia per la segretaria del marito (!) e le malelingue delle madri delle compagne di classe della figlia. Risultato? Una seconda identità in cui Jean si chiama Diane, fa la giornalista, è innamorata di una ragazza molto più giovane di lei, ma soprattutto si trasforma sul lavoro in una ciarlatana chiacchierona, manipolatrice e doppiogiochista, il ritratto professionale e lo scarto psicologico più grossolano che ci sia capitato di vedere su schermo da molto tempo.

Ce ne sarebbe d'avanzo, ma la ciliegina sulla torta è la regia di Sam Taylor-Johnson, che sceglie per la serie un look casto e patinato, da edicola e ombrellone, come se dal suo Cinquanta sfumature di grigio non avesse mosso un passo in alcuna direzione. Piombato nel grande mare dello streaming pochi mesi dopo Big Little Lies, che lo fa sembrare preistorico, Gypsy è l'ennesimo serial di Netflix che mostra come da quelle parti stiano perdendo, se non quote di mercato, quote di coraggio e immaginario. E soprattutto il senso del progresso.

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