Mindhunter: la recensione della prima stagione

di Giorgio Viaro - 16-10-2017

David Fincher torna alla regia di una serie Netflix dopo House of Cards, e il risultato è un thriller che ricorda Il silenzio degli innocenti e Zodiac



Parafrasando al contrario il luogo comune ispirato al libro di Hannah Arendt, il male è tutt'altro che banale e per essere affrontato ha bisogno di una tassonomia, cioè di una classificazione.
Mindhunter racconta la nascita di una disciplina investigativa che si colloca all'intersezione tra le scienze comportamentali e la criminologia, ovvero il profiling degli assassini seriali. È ispirato a una storia vera e ricorda innanzitutto il capolavoro di Truman Capote A sangue freddo, per il modo in cui il protagonista Holden Ford (Jonathan Groff), un agente dell'FBI, si lega al pluriomicida Ed Kemper (Cameron Britton, strepitoso) un interrogatorio dopo l'altro.

Al nocciolo, infatti, la serie è una collezione di interrogatori. Ford e il suo collega Bill Tench (Holt McCallany) girano l'America per tenere corsi di aggiornamento ai dipartimenti di polizia locali, e decidono di approfittarne per mettere in piedi dei colloqui con i pluriomicidi incarcerati nelle zone che visitano. Si rendono infatti conto che c'è una specie di fallimento stabile nei processi investigativi, una routine che tiene conto delle circostanze di un crimine, cioè degli effetti, ma non considera le cause. È un po' come essere in un ospedale a inizio Novecento prima della scoperta dei germi: si dà per scontato che le infezioni accadano, non le si previene.

Gli incontri di Ford e Tench sortiscono i primi risultati ed escono così dalla clandestinità: nasce un'unità dell'FBI che si occupa della classificazione degli omicidi recidivi e conia il termine "serial killer".
Questo significa che Mindhunter procede per tutte le dieci puntate su un doppio binario, la nascita di un sistema di pensiero e il suo progressivo confronto con il mondo, cioè gli incontri con gli assassini e le nuove indagini. L'altro riferimento che salta subito in mente è Il silenzio degli innocenti, ma la regia di David Fincher e il lavoro eccezionale dello showrunner Joe Penhall sullo script danno alla serie un rigore e una compostezza estremi, una specie di cristallina geometria, per cui la suspense si esprime attraverso la dimensione compressa degli spazi (le celle, le sale di interrogatorio, il seminterrato dove opera l'unità dei due agenti) e il modo in cui le parole li riempiono (a teatro verrebbe fuori una cosa sensazionale).

C'è naturalmente anche il piacere della detection, cioè la risoluzione di una serie di casi, e ci sono squarci delle vite private dei due protagonisti, in cui la dimensione politica e sociale di Mindhunter si esplicita attraverso scelte più ovvie (in particolare attraverso il personaggio di Anna Torv, una ricercatrice universitaria progressista che finisce per coordinare la nuova unità), ma è chiaro che il cuore nero del racconto è nel lungo, sistematico, seducente scrutare nell'abisso più che nelle conseguenze - un po' meccaniche - che questo scrutare ha sui protagonisti.
È interessante anche che la puntata più bella sia la numero 8, quella in cui Ford mette alla prova le sue convinzioni in una scuola elementare, il cui preside è accusato di tenere comportamenti ambigui nei confronti dei bambini: qui bianco, nero e grigio si sfaldano in una quantità di sfumature veramente infinite, e la serie mostra definitivamente la sua grandezza.

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