Stranger Things, la recensione della seconda stagione

di Giorgio Viaro - 20-11-2017

Dopo una prima stagione diventata elemento di costume, la seconda doveva fare i conti con aspettative quasi impossibili da soddisfare. E invece è riuscita nel difficilissimo compito


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Quando si parla di Stranger Things è importante ricordare che la prima stagione non è stata soltanto un successo televisivo ma un elemento di costume, si è inserita nel filone della nostalgia anni '80 mettendo in scena un principio estetico e narrativo che vagava per la testa di molti ma non aveva mai ricevuto un'espressione così compiuta. Quest'idea era che la forma naturale del coming of age fossero il fantasy e l'horror, espressi non esattamente "ad altezza" dei ragazzini che venivano raccontati ma un po' più in là, come se il trauma della crescita dovesse specchiarsi in un trauma dello sguardo.

Rispettando questa impalcatura e ripensando le storie e le musiche di quegli anni - prima di tutto i romanzi di Stephen King e la musica sintetica - Stranger Things ha creato una misura a cui paradossalmente è stato ricondotto perfino l'immaginario che l'ha originata, quando è uscito l'IT cinematografico. E proprio poche settimane dopo il film di Muschietti, la creatura dei fratelli Duffer ha chiuso il cerchio, tornando sotto i riflettori con la seconda stagione e una quota di aspettative ormai quasi impossibile da soddisfare.

E invece, sorpresa, è riuscita a riannodare le fila del discorso, rilanciando sia la scala della minaccia (più mostri, più scene spaventose, più personaggi direttamente coinvolti nella avanzata del soprannaturale, che qui ricorda ancor più esplicitamente Annientamento di Jeff VanderMeer) che la trama citazionista. Su quest'ultimo aspetto vale la pena spendere qualche parola in più. Se infatti l'omaggio ai Ghostbusters è divertente ma esplicito, è in quelli impliciti, usati cioè come struttura del racconto e non come abbellimento, che la serie dà il meglio. È molto piacevole riconoscere via via, in Stranger Things, Jurassic Park, L'esorcista, Alien o i Gremlins, senza che il collage comporti una scollatura o una mancanza d'onestà. Significa che si è interiorizzato a sufficienza il modello da non confondere ispirazione con imitazione.

Pagella brevissima in chiusura. La new entry Billy è forse la cosa meno riuscita, il personaggio è irrisolto, antagonista a metà che non funziona né come eroe suo malgrado, né come vera anima nera del gruppo di ragazzi - soprattutto manca un interesse romantico che gli crei una prospettiva. La sua sconfitta si specchia però nella crescita esponenziale dell'ex bullo Steve Harrington, con tanto di mazza chiodata alla Negan.

Ottimo Paul Reiser nei panni dello scienziato buono, strepitoso Sean Astin in quelli di Bob, apoteosi emotiva per la generazione degli spettatori quarantenni. La miglior scena se la giocano la lite nella baita tra Eleven e Jim, e il demo-cane di Dustin che si pappa il gatto di casa.

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