Black Mirror Stagione 4, la recensione

di Attilio Palmieri - 28-12-2017

Vi presentiamo senza spoiler la quarta stagione della creatura televisiva di Charlie Brooker da domani su Netflix


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Black Mirror è una di quelle serie per cui si può parlare di un prima e un dopo, di un'era televisiva senza e una con Black Mirror. Il fatto che sia britannica e non statunitense (almeno dal momento della nascita fino al passaggio a Netflix), rende la sua affermazione molto più rilevante. Sono tantissimi infatti gli show che negli ultimi anni hanno raccolto la lezione della creatura di Charlie Brooker, da Humans a Philip K. Dick's Electric Dreams, ma anche il cinema non è rimasto indifferente, si pensi per esempio a Ex Machina di Alex Garland.

A ridosso del Natale del 2014 “The White Christmas” arriva come uno speciale di grande potenza, capace di sintetizzare al meglio le principali caratteristiche delle due stagioni che lo hanno preceduto, fondendo il discorso sul controllo sociale tipico della serie con quello legato al rapporto tra emozioni e nuove tecnologie. Nel 2016 comincia il nuovo corso della serie, che da Channel 4 passa a Netflix conservando da una parte alcune delle peculiarità originarie, ma dall'altra lo show sperimenta alcune variazioni sul tema e trasformazioni che lo rendono sotto certi punti di vista profondamente diverso. La moltiplicazione degli episodi dà vita a un format basato sulla diversificazione, sulle variazioni di stili, di toni e di generi, grazie anche al coinvolgimento di registi come Joe Wright in grado di dare personalità ai singoli episodi. Questi mutamenti però sono risultati in alcuni casi un po' troppo meccanici, tanto che a fronte di ottime idee ben sviluppate (“Nosedive”), ci sono stati casi in cui l'originalità della serie ha lasciato spazio a episodi decisamente derivativi e programmatici.

La quarta stagione prosegue il discorso della precedente, ma aggiustando nettamente il tiro e spingendo ancora di più sul pedale della varietà stilistica e dell'eccentricità. È la prima volta in cui compare un episodio in bianco e nero, quella in cui la serie dialoga con se stessa, in cui la dimensione antologica si impossessa anche del singolo episodio, sperimentando non solo sul formato ma anche su registri e toni, fondendo dramma e commedia in modalità in alcuni casi inaspettate.

In linea con un 2017 in cui la serialità televisiva ha offerto prodotti di altissimo livello sviluppati da autrici dallo sconfinato talento (I Love Dick, GLOW, The Marvelous Mrs. Maisel), anche Black Mirror punta con decisione sui personaggi femminili. Pur essendo da sempre stata una serie interessata a raccontare le donne (si pensi a “Be Right Back”), in questo caso c'è una sistematicità nella messa al centro di figure femminili che non può passare sotto silenzio.

Sotto questo punto di vista “ArkAngel”, “Metalhead” e “Crocodile” sono quelli che emergono con maggiore potenza grazie alla centralità assoluta di donne molto diverse tra loro, protagoniste di episodi non tutti della stessa qualità ma dallo stile inconfondibile. Il primo è un'indagine sulla genitorialità in chiave femminile che ragiona sul controllo e sul passaggio all'età adulta; il secondo è un film di genere puro, una storia semplicissima che vive dell'estetica attraverso cui è messa in scena e di una protagonista particolarmente combattiva; il terzo è invece l'episodio più contraddittorio di tutti: realizzato come un classico nordic noir la cui detection è condita da un originale dispositivo tecnologico, è purtroppo indebolito da una protagonista le cui motivazioni non sono sempre giustificate e da un gusto per l'esagerazione che in alcuni casi dà luogo a momenti ironici non sempre volontari.

Gli altri tre episodi sono per ragioni diverse tutti interessantissimi, differenti per durata, ambientazione e tematiche. “USS Callister” è quello che ha destato più curiosità per via del riferimento esplicito a una delle più celebri serie televisive della storia e infatti si rivela essere forse il più ricco dal punto di vista dell'originalità e delle tematiche affrontate. “Hang the DJ” prosegue la riflessione sul rapporto tra tecnologia e relazioni sentimentali da sempre presente nella serie mettendo al centro la coppia e analizzandola in sotto molteplici aspetti. “Black Museum”, in ultimo, è l'episodio più originale della serie (su cui naturalmente non riveliamo nulla), un punto d'arrivo per Charlie Brooker e per Black Mirror che non può non lasciare a bocca aperta.

In conclusione, si tratta di una stagione di alto livello, capace di pescare a piene mani dal passato britannico della serie e sviluppare al meglio i lati positivi della scorsa stagione. In particolare si percepisce l'influenza avuta dagli episodi più innovativi dell'anno precedente, “Nosedive” e “San Junipero”, le cui sperimentazioni vengono portate avanti in quest'annata, soprattutto per quanto riguarda l'importanza della regia e l'eterogeneità di stili e toni.

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