Black Mirror 4x03 "Crocodile", la recensione

di Attilio Palmieri - 31-12-2017

Una donna forte e determinata alle prese con un trauma del passato che la metterà alla prova fino in fondo


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La quarta stagione di Black Mirror, sulla linea della precedente, ha puntato molto sulla diversificazione e a partire dalla solida identità di Charlie Brooker dal punto di vista tematico e narrativo, ha dato sempre più libertà ai registi chiamati a lavorare agli episodi. Nel valzer di nomi più o meno famosi di queste due annate, spetta a John Hillcoat (The Road) dirigere “Crocodile”, il quale, anche in virtù dei suoi lavori cinematografici, decide di puntare molto sulla messa in scena del paesaggio.

L'episodio è ambientato in Islanda, in un contesto glaciale in cui le lande innevate del territorio rappresentato riflettono la gelida asetticità dell'appartamento della protagonista. Al centro del racconto c'è Mia, donna di successo, madre e moglie che improvvisamente deve fare i conti con la riemersione di un trauma del passato.

Lo sviluppo narrativo porta i personaggi a muoversi in bilico tra legge e fuori legge, cosa che unita all'ambientazione contribuisce alla realizzazione di una sorta di rivisitazione del nordic noir. La mano di Charlie Brooker e la ragion d'essere di questo episodio all'interno della quarta stagione di Black Mirror emergono però con la comparsa di un particolare dispositivo tecnologico capace di innescare uno speciale rapporto con la mente umana. Questa variabile cambia in maniera significativa le regole della detection e porta gli spettatori a riflettere non solo sul controllo sociale (tema trasversale a tutta la serie), ma anche sul ruolo della memoria del singolo in ambito investigativo.

Quello che emerge a fine episodio è la costruzione di un personaggio femminile di rara radicalità, che a partire da una condizione di apparente serenità arriva a conoscere e superare i limiti della propria moralità fino alle più estreme conseguenze. Quando tutto è così sottomesso alla razionalità, quando ogni cosa è decifrabile, compresi i ricordi, ciò che rimane è un mondo gelido, sempre più privo di sentimenti e dell'imprevedibilità che li alimenta. È in questo contesto che vanno giudicate le azioni di Mia e le motivazioni che ci sono alla base, ed è anche per questo che va sottolineato quanto in questo caso le ambizioni non corrispondano all'esito finale, quantomeno per quanto riguarda la costruzione del personaggio principale e la plausibilità di alcuni nodi cruciali del racconto.

“Crocodile” è interpretato ottimamente da Andrea Riseborough (Blodline, Birdman) e si intavola in un'escalation di violenza a volte anche molto disturbante – per quanto in alcuni casi un po' prevedibile e non sempre sorretta da adeguate giustificazioni narrative – e termina con un finale che vi lascerà a bocca aperta.

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