Black Mirror 4x06 “Black Museum”, la recensione

di Attilio Palmieri - 04-01-2018

Una conclusione perfetta e stratificata per una stagione dalle tante facce che ha ribadito la qualità della scrittura di Charlie Brooker


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E se facessimo un museo di ogni serie TV? Cosa verrebbe fuori dal museo di Game of Thrones? E cosa da quello di The Walking Dead o Mad Men? “Black Museum”, che sotto certi aspetti è il museo di Black Mirror, è il tentativo di Charlie Brooker di omaggiare se stesso e la propria creatura dopo anni in cui ha raggiunto la celebrità e l'apprezzamento internazionale.

Si tratta di un episodio che sta ai margini della stagione, che da una parte rappresenta una conclusione perfetta sia dal punto di vista stilistico che tematico, ma dall'altra si pone come un commento puntuale, crudele e ironico non solo alla quarta annata ma all'intera serie.

Se “The White Christmas”, episodio speciale di Natale successivo alle prime due stagioni, aveva tutta l'aria di incorniciare il percorso effettuato dalla serie fino a quel momento, a “Black Museum” viene affidato un ruolo simile, fungendo da chiusura del ciclo di dodici episodi iniziato con la terza stagione. La serie creata da Charlie Brooker in quest'occasione sottolinea in maniera decisa e autoriflessiva la propria natura antologica, guardando a The Twilight Zone (uno dei capolavori del genere e già in partenza uno dei principali riferimenti di Black Mirror) come al grande padre da omaggiare.

“Black Museum” è così, tra le altre cose, anche un grande catalogo dei temi principali della serie, che a partire dalla paranoia collettiva nei confronti di imprevedibili evoluzioni tecnologiche passa per l'analisi dell'intreccio sempre più fluido tra i dispositivi mediali e le emozioni umane. Naturalmente l'amore da una parte e la sofferenza dall'altra sono al centro della scena, in balia di un futuro in cui cui l'umanità degli individui sarà il vero valore da custodire.

Tra le questioni chiave di questo segmento narrativo dalla durata di un'ora e dieci minuti ci sono l'empatia (analizzata attraverso le nuove potenzialità della tecnologia), il lutto (che trova una straordinaria modalità di rappresentazione, che ovviamente non sveliamo) e la superbia (indicata dall'autore come una delle cause di tanti problemi di tipo sociale e familiare).

L'episodio è diretto da Colm McCarthy (Peaky Blinders, Doctor Who) e giova delle intense interpretazione di Letitia Wright (Humans, Banana) e soprattutto di Douglas Hodge (Catastrophe, The Night Manager), i quali riescono perfettamente a dosare la giusta dose di dramma e ironia rendendo quest'episodio un unicum nella serie.

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