La linea verticale, la recensione

di Attilio Palmieri - 12-01-2018

Da uno degli autori di Boris, un'intrigante miscela tra dramma e commedia, in equilibrio tra realtà e immaginazione, sorretta dall'ottimo Valerio Mastandrea



I tempi cambiano e con loro anche i soggetti meno dinamici e più radicati nella tradizione del nostro Paese. Stiamo parlando della Rai, che con La linea verticale decide di distribuire una serie televisiva molto attesa – scritta e diretta da un autore talentuoso e interpretata da uno dei principali volti del cinema di qualità nazionale – prima in streaming integralmente sulla piattaforma RaiPlay (dal 6 gennaio) e poi sul proprio palinsesto come da programma (dal 13 gennaio).

Questo il contesto e le peculiarità dal punto di vista distributivo, ma i motivi d'interesse della Linea verticale non finiscono qui. Innanzitutto c'è il formato: siamo lontani dalla classica fiction con puntate da un'ora da mandare in onda due alla volta in prima serata, come vuole il modello dominante italiano; in questo caso abbiamo 8 episodi da poco più di 20 minuti che rendono la narrazione molto più dinamica e consentono di sperimentare linguaggi differenti (su questo torniamo tra poco).

Al centro della scena, con il suo corpo e la sua voce (particolare, come vedremo, non irrilevante), c'è Valerio Mastandrea che veste i panni di Luigi, padre di famiglia poco più che quarantenne a cui diagnosticano improvvisamente un tumore al rene. La malattia lo costringe a un ricovero permanente in ospedale che lo tiene lontano dalla moglie incinta (una splendida Greta Scarano), dalla figlia e in generale dal mondo esterno.

Uno dei meriti principali della serie consiste nel coraggio di dar vita a un'ambientazione interamente ospedaliera dalla quale non si esce quasi mai e che costituisce una sorta di microcosmo sociale nel quale l'autore si diverte a mettere in evidenza tanto le principali assurdità quanto le componenti più laboriose. Nel fare dell'ospedale una sorta di “piccola Italia” lo sguardo di Mattia Torre sottolinea con precisione sia le ombre – come la catena gerarchica attraverso cui si diffonde la frustrazione o i pregiudizi verso la diversità etnica – sia le luci, con il professor Zamagna a fare da stella polare dell'ospedale. Non si tratta quindi né del classico racconto di denuncia della malasanità italiana né della rappresentazione di un ospedale idealizzato in cui tutto funziona in modo irreale; siamo di fronte semplicemente a un luogo normale, come il suo protagonista, con i suoi difetti e i suoi problemi, ma sempre orientato al bene dei pazienti.

Visto il tema, il rischio di realizzare una serie che indugia troppo sul dolore perdendo in ritmo e brillantezza era presente sin dall'inizio, ma, a partire dalla prima sequenza, Mattia Torre (tra gli autori di Boris) dimostra di saper scardinare questo modello per dar vita a una narrazione che alterna con sapienza dramma e commedia, il realismo e le situazioni assurde e grottesche in cui l'immaginazione prende il sopravvento sul resto, dando così personalità e dinamicità alla serie. Funziona molto bene il contrasto tra la narrazione tradizionale, con personaggi ed eventi principali e secondari, e il commento in voice over del protagonista, che porta la serie su un ulteriore livello di racconto, andando a riflettere sulle contraddizioni del contesto ospedaliero narrato, ma soprattutto a mettere a nudo lo stato psicofisico di Luigi, risultando una sorta di confessionale libero da filtri.

La linea verticale è un progetto interessante e innovativo, profondamente autoriale (Mattia Torre oltre a scrivere e dirigere è anche l'artefice del libro a cui è ispirato lo show, che a sua volta si basa su un'esperienza personale) e capace di unire la necessità a comunicare un messaggio chiaro e forte (siamo pur sempre sulla Rai) al desiderio di non piegarsi completamente a questo imperativo, esibendo una personalità non comune per la serialità televisiva nostrana.

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