Altered Carbon, la recensione

di Attilio Palmieri - 01-02-2018

Un po' Blade Runner 2049, un po' Matrix: la nuova serie Netflix unisce l'azione alla riflessione sulla realtà virtuale e sull'intelligenza artificiale



La fantascienza è uno dei generi meno battuti dalle serie televisive contemporanee, pur essendo da sempre esplorato nella storia del piccolo schermo. Per molti anni, infatti, la triade medical, legal e crime ha dominato sia la produzione generalista che quella di nicchia, divorando fette di pubblico sempre più grandi. Nelle ultime stagioni però la produzione televisiva ha avuto un'impennata inaspettata e pertanto gli obiettivi si sono moltiplicati, portando alla nascita di serial appartenenti a generi molti diversi tra loro.

Il tentativo delle grandi reti e piattaforme web di sfondare nel mercato raccontando storie atipiche e in grado di far colpo sul grande pubblico è stato progressivamente incentivato dai successi del Trono di spade e The Walking Dead, serie che hanno dimostrato di poter diventare show di culto a partire rispettivamente dal fantasy e dall'horror. Dopo il successo strepitoso di Battlestar Galactica per molti anni non si è avuta una grande serie di fantascienza capace di colpire sia nella critica che nel pubblico. Nel 2016 ci è riuscita la HBO con Westworld e adesso è il turno di Netflix che con Altered Carbon ha tutta l'intenzione occupare con prepotenza la casella vuota del proprio catalogo di serie originali che risponde al nome sci-fi.

La serie è l'adattamento dell'omonimo romanzo cyberpunk del 2002 di Richard K. Morgan e racconta una storia al contempo complicata e intrigante. Siamo nel 2384 e gli esseri umani hanno sconfitto la morte rendendo non più indispensabili i corpi. È possibile infatti memorizzare la coscienza di ciascuno in una pila innestata dietro la nuca che permette a tutti gli individui di indossare qualsiasi corpo come se fosse una custodia, ma anche di viaggiare nel tempo e nello spazio attraverso sofisticate tecnologie di realtà virtuale.

Il magnate Laurens Bancroft, tra gli uomini più vecchi e potenti del mondo, decide di risvegliare l'ex militare Takeshi Kovacs per dargli il compito di indagare su un irrisolvibile caso di omicidio. Essendo una storia che parla di immortalità le domande alle quali dovrà rispondere il protagonista (Kovacs) sono dipanate nel corso del tempo e dello spazio, dando così alla serie la possibilità di parlare sia di identità multiple sia di persone inserite in corpi completamente diversi da quello originario, proprio come il protagonista che dalle fattezze asiatiche di Will Yun Lee passa a quelle occidentali di Joel Kinnaman.

Altered Carbon è una serie su cui Netflix ha investito tantissimo, sia dal punto di vista della promozione sia (soprattutto) da quello della produzione. Sin dalle prime immagini è chiaro che la scrittura di Laeta Kalogridis (Shutter Island) si sposi felicemente con una messa in scena magniloquente e che a ogni sequenza dà l'idea di voler stupire lo spettatore. Il regista del pilot è Miguel Sapochnik, il quale negli ultimi anni è diventato una sorta di star della regia televisiva, soprattutto grazie ad alcuni episodi estremamente spettacolari del Trono di spade ("Hardhome", "Battle of the Bastards", "The Winds of Winter"). I riferimenti della serie sono chiarissimi e tra questi spicca Blade Runner (ma anche il sottovalutato Nirvana di Salvatores), così come sono diverse le somiglianze con le soluzioni visive di Blade Runner 2049 e Ghost in the Shell. Altered Carbon è una serie dell'estetica esuberante e ambiziosa, che anche per questo ricorda le opere delle sorelle Wachowski, in particolare Cloud Atlas e la trilogia di Matrix.

Se dal punto di vista visivo la serie funzione molto bene ed esibisce con orgoglio ed efficacia tutti gli investimenti fatti da Netflix, sul piano narrativo il lavoro risulta un po' meno riuscito. I primi tre episodi sono i più ostici, perché per tre ore gli autori si pongono l'obiettivo di presentare il contesto in cui la storia ha luogo, caratterizzare il protagonista e i (tanti) personaggi secondari ed esporre la trama investigativa sulla quale si muove l'intera stagione. Questa impostazione rende la prima parte di Altered Carbon molto verbosa, poco avvincente e ostica da seguire, tuttavia con il prosieguo della serie la pazienza viene premiata perché l'azione guadagna finalmente sempre maggiore spazio nell'economia generale. A dirla tutta è proprio la detection la parte più debole, che non a caso viene quasi abbandonata nella parte centrale per poi essere ripresa nel funambolico scioglimento finale.

I punti di forza di Atlered Carbon emergono quando lo show si disinteressa di seguire pedissequamente la risoluzione del caso ma si concentra sul worldbuilding dell'universo messo in scena, ragionando sull'assottigliamento del limite che separa gli organismi viventi dall'intelligenza artificiale e sulle potenzialità di una coscienza che può trascendere le barriere del tempo e dello spazio. Nel concentrarsi su queste questioni la serie parte proprio dal protagoniste e dal suo intrigante quanto avventuroso passato: la scoperta dell'identità di Kovacs è dipanata attraverso una messa in abisso costante che incastra mondi e tempi lontani tra loro, utilizzando la realtà virtuale come raramente è stato fatto sia al cinema sia in TV.

Altered Carbon è dunque una serie estremamente affascinante, che per troppa ambizione finisce per strafare dal punto di vista narrativo, perdendo in dinamicità ed efficacia. Tuttavia lo show quando centra il bersaglio lo fa alla grande, in particolare grazie alla ripresa di un'estetica videoludica che offre delle straordinarie sequenze d'azione.

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