Mosaic, la recensione della nuova serie di Steven Soderbergh

di Giorgio Viaro - 06-02-2018

Un noir appassionante che permette a Sharon Stone un’interpretazione memorabile. Dopo The Night Of e Big Little Lies, un altra miniserie thriller HBO di altissima qualità



Il whodunit, cioè il thriller investigativo, quello che comprende una vittima e un colpevole da smascherare: in quel grande campo di battaglia creativo e industriale che è oggi il racconto seriale, è come se HBO avesse conquistato un piccolo avamposto e non intendesse cederlo a nessuno.

E così ecco arrivare Mosaic, a pochi mesi di distanza da Big Little Lies, che a sua volta seguiva a ruota The Night Of. Chiamiamoli serial-Cluedo, quelli in cui il gioco della detection punta il riflettore su mondi perfettamente sbozzati attraverso una manciata di interpreti e ambienti, in attesa che a rivelarsi sia soprattutto la filosofia che sostiene il racconto, la ragione che regola lo scenario.

Mosaic ruota attorno all’indagine sulla morte di una scrittrice e illustratrice di libri per bambini, Olivia Lake (un bel nome da vecchio noir), di cui vengono successivamente accusati il fidanzato Eric e il tuttofare Joel, aspirante disegnatore che le si appiccica sperando in un appoggio professionale. Il tutto avviene a Summit, nello Utah, quindi in un panorama d’alta montagna e in un pugno di case di lusso, dove i vicini abitano a due miglia di distanza e il tuo “giardino” comprende in genere una foresta e un torrente gelato, una dimensione da western di cui si sente l’influenza ma che resta minoritaria. C’è di mezzo anche una fondazione che dovrebbe aiutare i più piccoli a sviluppare la loro creatività e una proprietà che fa gola a molti a causa di un giacimento minerario.

Questa lista della spesa serve da premessa alla dimensione ulteriore del progetto, che è stata sviluppata da Ed Solomon (sceneggiatore) e Steven Soderbergh (regista, ideatore e coordinatore del progetto). Mosaic debutta infatti prima come videogioco, cioè come esperienza interattiva (purtroppo mai resa disponibile in Italia), in cui il lettore può scegliere il punto di vista dal quale esplorare la vicenda, conducendo la sua indagine personale attraverso una costellazione di indizi che si palesano pian piano. Una doppia vita che sembra aver nuociuto e giovato alla serie tv. Le ha giovato perché Soderbergh impagina le quasi sei ore usando una quantità enorme di soluzioni di ripresa e montaggio, senza perdere in compattezza, come se il lavoro mirato allo sviluppo del gioco avesse funzionato da avvicinamento progressivo al final cut. Ma gli ha anche nuociuto perché di Mosaic si è parlato soprattutto come esperienza crossmediale, con l’effetto paradossale di distogliere l’audience dalla qualità autonoma del serial, spingendolo in una specie di limbo destinato alle idee d’avanguardia creativa, troppo ludiche per essere d’essai, troppo sofisticate per essere pop, e non abbastanza da rientrare in quota geek.

È davvero un peccato, perché regia, scrittura e direzione degli attori sono formidabili, e dentro la modernità dello sguardo digitale c’è un approccio molto tradizionale al mistery, una bella vena classica, alla Chinatown. Sharon Stone ha una ferocia decadente che fa pensare a Bette Davis e Gloria Swanson, e azzecca una delle interpretazioni più straordinarie della sua carriera (in lingua originale ovviamente), ma la sorpresa è Fred Weller, una specie di Walton Goggins più belloccio, uno che non ha mai avuto un’opportunità importante in tutta la sua carriera e qui dimostra una naturalezza e un’intensità mostruose: la lite tra i due che spacca il secondo episodio è finora il miglior pezzo di televisione del 2018.

Credo inoltre che questa misura, le miniserie da 6/8 ore, stia diventando la norma del miglior intrattenimento domestico, in particolare del thriller. Permette un approfondimento “romanzesco” dei caratteri senza obbligare a contorcimenti da soap opera o ad annacquamenti tediosi. Il miglior cinema d’autore e la miglior televisione stanno convergendo (anche) qui.

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