Il cacciatore: Francesco Montanari è un pm implacabile e affascinante

di Davide Stanzione - 11-03-2018

La serie di Stefano Lodovichi e Davide Marengo si inscrive nel filone dei racconti seriali sulla criminalità, con personalità e un ottimo piglio sia narrativo sia, più sorprendentemente, estetico



In arrivo in prima tv alle 21.20 del prossimo 14 marzo (in tutto sono sei puntate, in onda ogni mercoledì) Il cacciatore è una nuova serie di Rai 2 tratta dalla vera storia del magistrato antimafia Antonio Sabella, che ispira il protagonista Saverio Barone, interpretato da Francesco Montanari.

Uomo granitico e tutto d’un pezzo ma anche affascinante, nella durezza e nella notevole intelligenza investigativa. Un perfetto eroe romanzesco, con una scrittura efficace e puntuale, sulla quale influisce sicuramente la buona mimesi, fisica oltre che vocale, di un ottimo attore come Montanari, che col suo Libanese di Romanzo criminale aveva meramente bucato l’immaginario collettivo.

Diretta da Stefano Lodovichi e Davide Marengo, Il cacciatore racconta una stagione criminale e investigativa immediatamente successiva alle stragi di Capaci e via D’Amelio, nei primi anni ’90. E non a caso, fin dalle prime due puntate, che abbiamo visto in anteprima e che sono disponibili da oggi sulla piattaforma Rai Play, il clima che si respira è piuttosto cupo, azzannato, proprio come un mastino ferito, da una sottile ma inequivocabile disillusione che è fisica molto prima che spirituale.

Un’amarezza che coincide con le prime esperienze del protagonista sul campo e con la lotta senza quartiere contro alcuni dei più sanguinosi nomi di Cosa Nostra, come Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, senza dimenticare l’introduzione della figura di Matteo Messina Denaro, probabilmente già ingombrante.

Il disegno degli ambienti e dei personaggi, pur senza scimmiottare vistosamente modelli inarrivabili e dunque controproducenti, insegue un vago piglio scorsesiano, con un gusto operistico per l’orchestrazione dei singoli dettagli e un piglio pop che abbassa le pretese dalla confezione ma allo stesso tempo le dà vigore e consistenza (un elemento che mancava, ad esempio, nel più che accettabile Maltese - Il romanzo del commissario).

A tratti Il cacciatore, abbastanza precisa nel definire lo spirito di un’epoca già post-tutto e dunque già indefinibile, potrebbe sembrare diretta da un emulo in miniatura del David O. Russell di American Hustle, ma con un bagaglio più snello, meno pretenzioso. Come se le didascalie a effetto, i ralenti studiati e il tocco tra il grottesco e il fumetto del memorabile prologo de Il divo di Paolo Sorrentino potesse ispirare in modo salutare anche un prodotto medio del piccolo schermo, per elevarlo con scioltezza e intelligenza al di sopra di una soglia di una mediocrità dalla quale certi manufatti per la nostra tv raramente si schiodano.

È invece ampiamente il caso de Il cacciatore, liberamente ispirato al romanzo Cacciatori di Mafiosi dello stesso Sabella, che sa perfino come valorizzare il profondo e azzurrissimo mare siciliano con dei campi lunghi dal respiro tutt’altro che strozzato e che quando fa ricorso alla musica lo fa per amplificare le immagini e non per servirle secondo traiettorie pigre e meccaniche.

Per non parlare della color correction seppiata dalla precisa valenza filologica, che in qualche momento, anche se mi rendo conto che per una fiction italiana possa suonare come una bestemmia, raggiunge addirittura delle finalità espressive chiaroscurali, tutt’altro che rassicuranti, in scia agli ottimi prodotti crime italiani targati Sky di questi anni: il chiaro segnale che qualcosa, anche se in piccolo, si sta muovendo positivamente anche nella fiction Rai, perfino su temi e argomenti già ampiamente frequentati e inflazionati.

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