Love – stagione 3, la recensione

di Attilio Palmieri - 13-03-2018

La serie prodotta da Judd Apatow completa il suo ciclo triennale in modo raffinato e commovente


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Tra le tante serie che concludono il proprio percorso nel 2018 c'è anche Love, la quale con la sua terza e ultima stagione mette fine a un discorso organico, coerente ed emozionante sull'amore. Lo show è sviluppata da Judd Apatow, Paul Rust (anche attore protagonista) e Lesley Arfin, a partire da un'idea di questi ultimi due, ispirata alla propria storia d'amore. Accanto a Rust c'è Gillian Jacobs, attrice già apprezzatissima in Community e Girls che qui offre una performance eccezionale. La coppia è accompagnata da alcune spalle di lusso, tra cui spicca Claudia O'Doherty, attrice comica australiana dall'accento e dal talento irresistibili.

Quello di Apatow, Rust e Arfin è un vero e proprio studio di caso sull'amore, che utilizza due personaggi che allo stesso tempo riescono ad essere profondamente unici ma anche portatori di una certa universalità. L'intento degli autori infatti è quello di mettere in scena tre fasi dell'amore attraverso una coppia di personaggi in grado di rappresentare nella maniera più verosimile possibile due trentenni eterosessuali, benestanti e di medio-alta cultura. Ciascuna di queste fasi è identificata da una stagione della serie: la prima annata è quella in cui i due si conoscono, si corteggiano, fanno passi avanti ed altri indietro, hanno a volte paura ed altre coraggio; la seconda è quella in cui diventano una vera e propria coppia, affrontando le prime difficoltà e facendo i conti con l'impatto delle rispettive vite sulla relazione che li unisce; la terza e ultima stagione apre invece il discorso all'analisi della relazione amorosa nel suo momento di maggiore compiutezza, ragionando sulle sfide che presenta il passare del tempo e sugli obiettivi dei protagonisti.

In questi ultimi dodici episodi della serie gli autori tentano di tirare le fila di un discorso sull'amore che, guardato retrospettivamente, ha una straordinaria solidità. Quello che è stato esposto nelle prime due annate, attraverso le vicende che hanno avvicinato Mickey e Gus descrivendone nel dettaglio sia la vita di coppia sia le rispettive esistenze individuali, trova perfetto compimento in una riflessione sulla maturità dell'amore davvero unica. I protagonisti sono figli di un mondo in cui la precarietà lavorativa regna sovrana, in cui le ideologie politiche non hanno più la stessa attrattiva e in cui l'unico modo per combattere lo spaesamento esistenziale in cui si trovano è affidarsi alla forza dei sentimenti. La coppia diventa quindi il centro nevralgico delle loro esistenze, ciò che contribuisce a rendere migliore tutto il resto, dal lavoro al rapporto con i genitori.

Perché Love riesce a fare un discorso così complesso e riesce a dipanarlo in maniera così raffinata? Perché a differenza di molte altre serie, si tratta di uno show che mette i propri personaggi davanti a ogni altra cosa, che svuota di importanza il plot in favore dell'approfondimento dei due caratteri principali. Ad Apatow, Rust e Arfin non interessa sviluppare certe svolte narrative, non interessa la trama, ma prediligono una narrazione character driven, incentrata soprattutto sulla riflessione sull'amore in quanto sentimento complesso e contraddittorio all'interno della cornice anagrafica e sociale da loro scelta.

In tre stagioni Love è stata praticamente perfetta, mantenendo una leggerezza unica fatta di un misuratissimo equilibrio tra toni drammatici e toni ironici, riuscendo a raccontare Los Angeles come se fosse uno dei personaggi della serie e soprattutto a raccontare l'amore con un'autenticità che traspare da ogni fotogramma, figlia della componente autobiografica legata ad Arfin e Rust. È la scrittura di coppia infatti la forza di Love, capace di mettere a fuoco con eccellente bilanciamento sia il punto di vista maschile sia quello femminile, senza mai sporgersi da una parte o dall'altra, dando così coerenza e solidità alla propria analisi.

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